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Venanzoni, Chiusura Cinema Arcobaleno è crac annunciato

“In una dimensione senz’altro non disgiunta dalla attuale congiuntura sfavorevole economica, questa nuova e ulteriore chiusura di un’attività economica, dovuta, peraltro, soprattutto all’ormai incessante fenomeno del caro affitti, impone una riflessione che non va sottovalutata”. Diego Venanzoni, esponente dell’Associazione Insieme, interviene così sulla chiusura del Cinema Arcobaleno, nel quartiere Vomero, a Napoli.

Venanzoni parla di “crac annunciato per l’economia napoletana'”.

“La ormai imminente e annunciata chiusura del Cinema Arcobaleno – dice – è senz’altro un ulteriore pezzo di storia che viene cancellato, circondato da un assordante silenzio del sindaco di Napoli e della sua Giunta”.

“E pur non volendo assolutamente addossare al primo cittadino napoletano responsabilità dirette che oggettivamente almeno nella fattispecie non gli competono appieno – sottolinea – dobbiamo però registrare una strana sistematica sottovalutazione di alcuni aspetti del quotidiano che, invece, andrebbero stigmatizzati nella loro intrinseca irrequietezza”.

“Bisognerebbe forse confrontarsi coerentemente con i problemi reali del cittadino e rispetto a questi ultimi proporre, in sinergia con le altre istituzioni (e non in una rinnovata competizione che spesso, in questi ultimi tempi, sta ponendo l’amministrazione comunale in una fase di oscuro isolamento) le possibili soluzioni – conclude – Crediamo che di questo abbia bisogno la città e non di inutili agonistiche sfide”.

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Nappi, Le preferenze fanno paura ai manovratori

Il presidente di Insieme, Severino Nappi, assessore al Lavoro della Regione Campania ed esponente di Ncd, è intervenuto sull’incontro tra Renzi e Berlusconi, lo scorso sabato a Roma, durante il quale, tra i temi, è stato affrontato il nodo della riforma della legge elettorale. (Da Il Mattino del 22 gennaio 2014)

“Certo che l’Italia è un paese davvero strano. Per anni si è detto che occorreva restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento e che bisognava smetterla con i giochini. E che quello era il male assoluto, dal quale derivavano tutti i nostri problemi. Poi, in un freddo pomeriggio di gennaio, due orette di incontro tra Renzi e Berlusconi sembrano aver derubricato la questione della scelta dei parlamentari ad una marginalità.

A quanto pare, una lista bloccata di 30/40 nominati è espressione della malapolitica, mentre se la lista bloccata è di 5 persone va tutto bene. E che dire del premio di maggioranza proposto da Pd-Fi ? Prendi il 35% dei consensi (peraltro di chi va a votare…) e ti porti a casa 55% dei seggi. Un premio pari quasi alla metà dei voti ottenuti: siamo dunque ben lontani dalla «ragionevolezza».

Le preferenze fanno paura ai manovratori che, al riguardo, ha sollecitato la sentenza della Corte Costituzionale. Insomma, a me sembra che quest’operazione rischia di consegnare di nuovo il Paese alla politica scadente e incapace, proprio quella che tanti combattono, purtroppo molto spesso a parole.

Vorrei tanto che qualcuno mi spiegasse, per davvero e non con slogan, perché non si può far ricorso alle preferenze; perché quello che va bene, ad esempio, per le elezioni dei consiglieri comunali, regionali e persino per le elezioni europee e non va bene per quelle dei parlamentari nazionali.

Il mio timore è che questa soluzione non va avanti perché fa paura ai manovratori, a quelli che io chiamo gli «uomini soli al comando». Se alle elezioni concorrono uomini liberi, candidati in partiti che li hanno indicati, magari in forza di selezioni interne e che poi sono scelti dalle persone, uno a uno, c’è davvero il «rischio» che in Parlamento arrivi gente che non è prigioniera, se non della propria coscienza. E gli uomini liberi non li puoi costringere così facilmente a schiacciare un tasto; ci devi ragionare, li devi convincere che un provvedimento è giusto, che una legge serve per davvero… Forse è proprio questo che non si vuole, forse si preferisce continuare con gli yes man. Credo che, come ha già fatto Angelino Alfano, bisogna cominciare a dirlo, chiaro e forte. Anche perché chi oggi tace non si potrà lamentare domani”.

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Sma Campania, Nappi incontra vertici e sindacati

“Sma spa strategica per assicurare al territorio e ai cittadini della Campania gli strumenti di tutela ambientale e di prevenzione attraverso peorcorsi e processi efficienti e di qualità”. E’ questo il principio che è stato ribadito nel corso dell’incontro che il presindente di Insieme, Severino Nappi, assessore al Lavoro della Regione Campania ha avuto con i vertici aziendali, le organizzazioni sindacali confederali e di categoria.

Verranno attivati gli strumenti per assicurare a Sma l’equilibrio dei conti e per accelerare la cantierizzazione dei progetti approvati, in linea con quanto previsto dalla Regione Campania.

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Presidente Nappi, è il momento di parlare con chiarezza

Protesta senza proposta. Così la chiamo io. Dai forconi agli studenti in piazza senza una ragione unitaria né chiaramente espressa se non quella di chiedere che i politici vadano a casa. E intanto: la politica parla stancamente, la gente ascolta stancamente. E quello che mi pare peggio è che si parla per slogan, possibilmente vuoti, e si ascolta per compiacenza. In attesa di essere pervasi da un brivido: la lampadina della novità, la fiammella della speranza. Ma chi è ad accendere questa fiammella? Quasi sempre si tratta dell’uomo solo, che ovviamente sogniamo al comando, come nelle vecchie radiocronache del ciclismo.  Il sogno di  colui che rivolterà il Paese come un calzino: fuori i mercanti dal tempio, tutti a casa,  taglio ai costi della politica, lavoro a chi non ce l’ha e subito. E magari sarà anche tre volte Natale, come nella famosa canzone di Lucio Dalla. Naturalmente, con la promessa di farlo “da domani” e a patto che glielo “lascino fare”. Anche in questi giorni mi ha colpito il nuovo vento di protesta, quello, appunto, dei “forconi”. La piazza contro il palazzo, come sempre. E, come al solito, anche nel nome si è scelto di guardare alla “sanzione” non alla “costruzione”. Un gruppo, un movimento, che neppure è nato e subito ha tirato fuori un portavoce nazionale: un leader insomma che, col solito piglio, contesta, urla e batte i pugni. Bene, permettetemi di dire che non sono d’accordo. Non perché la protesta non sia lecita, per carità. E chi più di me, che faccio l’assessore al Lavoro in una terra in cui il lavoro manca da sempre, può pensare di negare a qualcuno questo sacrosanto diritto, ma credo sia arrivato il momento di dirci le cose con chiarezza.  Non è giusto illudere i giovani, i disoccupati, chi ha perso il lavoro, chi non l’ha mai avuto, gridando dal palco di una piazza ed invocando come unica e sola risoluzione la cacciata della classe politica. Non è più tempo di gridare, protestare, immaginare senza progettare. Ma di fare. Fare presto e bene. Non buttare via il bambino con l’acqua sporca. Sanzionare le esperienze politiche fallimentari che hanno portato allo sfascio ma aggrapparsi a quelle buone, che girando l’Italia, si trovano nei territori più impensabili. Mi rendo conto che si tratta di uno sforzo complesso e bisogna pur dirsi che nessuno ha la bacchetta magica. Ma è pur vero che dobbiamo anche dirci che a risolvere i problemi non basta una bella faccia e un bel sorriso. Non si vive di questo. Il sorriso di un leader politico, se non ha niente dietro, può fare share in tv, ma di sicuro non farà Pil.

Anche nella politica esiste una netta distinzione tra chi sceglie il palazzo e chi la piazza. Si è parlato fin troppo di governisti, lealisti, uno contro l’altro armati, ma per cosa? C’è qualcuno a cui forse non sta a cuore il governo di questo Paese? Abbiamo tutti, a mio avviso, il dovere di collaborare in questo momento di crisi, non solo economica, ma anche identitaria e istituzionale. La politica prima di tutto. Che non può più nascondersi dietro le proteste solo perché di corrente avversa a chi al momento ha il compito di governare questo Paese ad ogni livello. Il “governo” – di qualunque livello si tratti – deve essere programmazione e indirizzo: richiede visione strategica e idee chiare. Competenza e autorevolezza. Capacità di dire sì, ma anche molti no. Conoscenza delle questioni e studio delle soluzioni. Insomma, tanta fatica e pochi lustrini.

La necessità di intervenire (finalmente, aggiungo io) sulla legge elettorale deve essere un’opportunità anche per questo. Introdurre criteri di selezione serve a (ri)costruire una classe dirigente. Serve a togliere i poteri di veto, ad aprire stanze fumose e stagnanti. È una grande scommessa che dobbiamo cogliere per introdurre un modello di scelta nel quale si contrappongono persone e proposte, non partiti di plastica e bei volti. Ma per far questo, e farlo per davvero, accanto alla riforma elettorale occorre tornare a dare vita ai partiti: a partiti veri e autenticamente popolari, e cioè legittimati dal fatto di essere costruiti dalle persone comuni, non gestiti da nomenclature di “iniziati” o da sciamani  salvifici che trafficano con l’informatica, speculando sui bisogni e sulla protesta. L’idea delle persone che si organizzano, nei piccoli paesi come nelle grandi città, che aprono  circoli (se la parola sezioni non vogliamo più usarla perché fa tanto anni ’50 e, si sa, gli anni ’50 non sono chic), che  eleggono direttamente i loro responsabili e che a loro volta  eleggono i rappresentanti e gli organi del proprio partito  non è repertorio del passato, ma è quello che serve a ridare senso e dignità alla politica. Per fare questo non ci vogliono simboli o slogan: ci vogliono facce ed esempi, concreti, rappresentati da persone che sono davvero in grado di fare, perché le loro esperienze di vita e i loro saperi lo dimostrano. E soprattutto, come si diceva una volta,  c’è bisogno di voglia e coraggio. Voglia di fare qualcosa per gli altri, di pensare che il nostro piccolo mondo – confortevolmente composto  da amici rassicuranti o da ‘nemici’ programmati (il vicino antipatico, il collega arrivista) – non esaurisce la potenzialità del nostro essere sociale. Esiste una dimensione ulteriore che tanti, troppi, hanno dimenticato: l’impegno politico, inteso come slancio e dedizione in favore della polis, e cioò l’attività cui sacrificare parte di se stessi e del proprio tempo nella consapevolezza che, senza il contributo di ciascuno, le cose non andranno certo meglio per tutti e che questo anzi rischia di mettere in pericolo la qualità della nostra stessa  vita e della nostra famiglia.  Non possiamo più ‘farci lo sconto’ di pensare che la politica è sporca e per questo – per mantenere il nostro “candore” – ne dobbiamo restare lontani e lasciarla ad altri. Quanti fallimenti in questi anni sono il frutto di questa  snobistica  e comoda scelta.  Nel tempo della crisi profonda, della crisi  strutturale del sistema occidentale, possiamo davvero permetterci di lasciare la ‘gestione’ della cosa comune a qualcuno, che magari non ci piace, ma che scegliamo di criticare e basta dal salotto delle nostre case? Non ci sono alibi per chi non scende in campo.

Certo, ci vuole coraggio perché non è facile fare politica oggi. Non è di moda, oggi, fare politica. Ti devi giustificare se scegli di impegnarti: a casa e tra gli amici prima di tutto, figurarsi  con quelli che non ti conoscono. E se sbagli – o magari qualcuno sbaglia nel giudicarti – devi passare la vita a giustificarti e in ogni caso vieni valutato con una severità che non si applica nelle altre attività.  Nonostante tutto, quando guardo mia figlia – che è una ragazzina  e non sa ancora che mondo difficile l’aspetta fuori dalla porta della sua adolescenza – non posso fare a meno di pensare che se molliamo questi ragazzi al loro destino, senza che tutti insieme ci  prendiamo  almeno la responsabilità di accompagnarli, resteranno soli, al buio.  Io non voglio che mia figlia resti al buio e sono  sicuro che siamo in tanti – specie oggi – a pensarla così: dobbiamo solo cominciare a dirlo e, soprattutto, a farlo.

Severino Nappi, Presidente dell’Associazione Insieme

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Per trovare lavoro basta un clic

Da oggi sul sito dell’Ansa, nella sezione Campania parte Cerco Lavoro“, incrocio tra domanda e offerta grazie a un’iniziativa dell‘Assessorato al Lavoro della Regione Campania, retto da Severino Nappi, fondatore e presidente dell’Associazione Insieme, in collaborazione con l’Arlas.

“Cliclavoro, il lavoro si cerca sul web

(ANSA) – NAPOLI, 14 GEN – Un clic per cercare lavoro e un altro per offrire opportunità occupazionali. E’ il portare web www.cliclavoro.lavorocampania.it che incrocia domanda e offerta di lavoro e mette in contatto chi cerca occupazione con chi ha necessità di assumere.

Con queste finalità la Regione Campania ha lanciato Cliclavorocampania, messo a punto dall’Assessorato al Lavoro della Regione Campania insieme con l’Arlas. Si tratta di uno strumento a disposizione dei cittadini, dei datori di lavoro e degli operatori pubblici e privati per usufruire in piena autonomia di servizi per l’incrocio di domanda e offerta di lavoro. Per poter usufruire dei servizi, bisogna registrarsi sul sito e inviare il proprio curriculum.

Sono 38.822 i profili attivi su cliclavorocampania di cui 4.352 cittadini e 1.826 aziende. Sul portale sono presenti i 7 atenei della Campania. Sono 32.255 i curricula inseriti.

Il nodo regionale è collegato con il sistema cliclavoro nazionale così che è possibile visionare opportunità lavorative anche in altre regioni. Ad oggi hanno accesso a tali servizi gli utenti, cittadini, aziende, le università della Regione Campania e le scuole del territorio regionale.

Dopo il Veneto, la Campania è la seconda regione a lanciare questo strumento e la prima ad aprire al mondo della scuola e dell’università, offrendo agli studenti la possibilità di inserire i propri curricula sul sito.

Il portale raccoglie tutti i soggetti che fanno parte dell’intermediazione: i centri per l’impiego, gli atenei campani, le scuole superiori. (ANSA).”

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