<

Monthly Archives:

Chiediamo a Governo incontro su lavoro e politiche industriali

È urgente e non più rinviabile una nuova vertenza con il Governo sulla vicenda lavoro. In questi anni il ‘modello Campania’ da noi immaginato ed attuato ha retto. Nel recente passato, l’intesa con il Governo ed i sindacati ci ha consentito di difendere, in un momento difficile per tutti, non soltanto presidi come Fincantieri e Fiat, ma anche interi settori strategici. Dobbiamo continuare con questo metodo per salvaguardare l’occupazione.

Sul tappeto, fra le altre, la vicenda Ansaldo, per la quale bisogna individuare soluzioni non soltanto per tutelare il futuro dei lavoratori impegnati in Campania, ma ancor di più per conservare a questa Regione il suo ruolo di guida e anima dell’impresa ferroviaria italiana.

b54ptqxr

Destano poi preoccupazioni le questioni legate all’Ericsson ed a Telespazio, solo per citare le ultime, in ordine di tempo, che stiamo affrontando.

Abbiamo incontrato i vertici nazionali Ericsson e sottolineato che, senza l’esame e la condivisione di un piano industriale che chiarisca le ragioni di questa operazione e le opportunità, in termini di sviluppo, che ne deriveranno, restano ferme la nostra riserva e le nostre preoccupazioni.

Abbiamo preso atto della mancanza di volontà di Telespazio, partecipata integrale di Finmeccanica, di conservare la sede di Napoli, che svolge funzioni di ricerca e sviluppo di respiro internazionale. E questo nonostante le soluzioni da noi individuate in termini di sinergia con il Cira, l’Azienda Spaziale Italiana e le Università campane.

A questo punto, chiediamo al Governo un incontro immediato.

Ci sono politiche nazionali ed europee che vanno sollecitate e sostenute. C’è soprattutto da intervenire per raddrizzare il baricentro delle politiche industriali di questo Paese, pubbliche e private, verso il Sud. Bisogna eliminare, come chiediamo da tempo, le barriere che penalizzano le imprese del Sud, a partire dalla tassazione aggiuntiva sull’Irap.

Senza il Sud e senza la Campania non riparte l’Italia.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+RSS thisEmail this to someonePrint this page

Telespazio: chiusura sede è attentato al Sud

Oggi ho incontrato, insieme alle organizzazioni sindacali regionali e nazionali, i vertici di Telespazio in merito all’ipotesi di chiusura della sede di Napoli. Con me c’erano anche il presidente del Cira Luigi Carrino, il presidente del Politecnico dell’Università Federico II Piero Saladino, e il direttore generale dell’Asi – Agenzia Spaziale Italiana Roberto Ibba.

Abbiamo ribadito l’assoluta contrarietà della Regione Campania allo spostamento della sede di Telespazio a Roma. Non esiste politica di efficientamento che preveda la chiusura – per giunta al Sud – di una sede che si occupa di innovazione, ricerca e sviluppo, come testimoniato dalla presenza al tavolo, di valore anche morale, dell’Università campana e dall’Agenzia Spaziale.

satellite

Sarebbe solo un danno al Sud e alla Campania. Ma oggi abbiamo anche fatto di più. Oggi abbiamo acquisito la disponibilità del Cira, che ringrazio nella persona del suo presidente, ad ospitare stabilmente la sede campana di Telespazio e a proseguire, addirittura incrementandole, le sinergie. E quindi abbiamo trovato anche la soluzione, una soluzione che la Campania offre a Telespazio e che consentirebbe di favorire persino una più ampia collaborazione, di respiro internazionale, tra gli attori della ricerca e dello sviluppo di questo settore. Non è concepibile, anche moralmente, una soluzione diversa. Incredibilmente, però, oggi ci è stato risposto: no grazie.

Ci auguriamo che Telespazio, società integralmente pubblica, se ne renda conto e ci ripensi. Siamo sicuri che questo è anche l’auspicio e il pensiero del Governo. Diversamente dovremmo prendere atto che esistono due Italie.

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+RSS thisEmail this to someonePrint this page

Vendita Ansaldo: Campania resti testa ed anima azienda

Non trovo ragioni per festeggiare la vendita ad una multinazionale estera di due pezzi importanti dell’industria ferroviaria italiana, Ansaldobreda e Ansaldo Sts.

AnsaldoBreda-marchio-new

Fino a prova contraria la storia delle privatizzazioni dell’industria pubblica italiana non offre esempi confortanti. Come campano sono poi preoccupato del fatto che questa dismissione sia avvenuta senza alcun confronto col territorio né con le Istituzioni.

Mi auguro a questo punto che sia Hitachi ad avviare un confronto nel quale noi chiederemo precise garanzie sul fatto che la Campania resti non solo il luogo della produzione ma anche e soprattutto la testa e l’anima di queste realtà. E chiediamo che il Governo nazionale, coi fatti, ci sostenga per preservare l’impresa e creare sviluppo.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+RSS thisEmail this to someonePrint this page

Ericsson, la giunta Caldoro è a fianco di chi lavora

Oggi ho incontrato i lavoratori e le rappresentanze sindacali della Ericsson di Marcianise per affrontare e discutere la questione della cessione dello stabilimento alla Jabil Italia, insieme al sindaco di Marcianise, Antonio De Angelis.

nappi

Ho riconfermato ai lavoratori e ai sindacati che la Giunta Caldoro è al fianco di chi lavora, ancora di più quando si tratta di imprese tecnologicamente avanzate e di qualità come in questo caso. Oltretutto, i lavoratori dello stabilimento di Marcianise, negli anni passati, hanno già favorito, con impegni in termini di flessibilità dell’organizzazione del lavoro, di riconversione produttiva e di efficienza, la costruzione di un polo industriale tecnologicamente avanzato. E soprattutto hanno firmato accordi e intese che ora sembrano messi in discussione.

Col presidente Caldoro chiederemo alla multinazionale le ragioni di questa operazione. Ci opporremo a qualunque manovra al ribasso in danno della #Campania e dell’area di Caserta. Chiederemo al Governo nazionale di dimostrare, con i fatti, che la Campania è una priorità per il Paese.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+RSS thisEmail this to someonePrint this page

Le Cicale del silenzio

Lunedì e martedì scorso è andata in onda L’Oriana, la fiction prodotta dalla Rai che in due puntate ha ripercorso le tappe fondamentali della carriera e della vita di una delle figure più discusse degli ultimi anni: Oriana Fallaci.

Dalle prime esperienze in un giornale fiorentino, alle pagine che hanno raccontato la storia contemporanea di mondi paralleli. Dal viaggio intrapreso per raccontare la condizione della donna attraverso culture e mondi differenti, all’audace scelta di immergersi in uno dei teatri di guerra che ha rappresentato una delle pagine più difficili dell’era moderna, il Vietnam. Dall’intervista a Khomeini, dittatore “illuminato” della rivoluzione iraniana, allo scambio di pensiero con Panagulis, leader della resistenza greca e amore della sua vita. Dal dramma dell’11 settembre e la rottura del suo “autoimposto” silenzio-esilio, ai suoi ultimi anni, passati a combattere con il male più grande. Un male che la Fallaci non ha mai avuto paura di chiamare con il suo nome: cancro.

10991120_840066496056038_8288816450337735713_n

 

In molti hanno criticato il modo in cui si è narrato la vita di una grande donna con un susseguirsi di eventi romanzati e non fedele alla memoria della stessa. A leggere queste critiche mi vengono in mente le righe de “La rabbia e l’Orgoglio” in cui la Fallaci si scagliava contro le “cicale di lusso, politici o cosiddetti politici, intellettuali o cosiddetti intellettuali”, coloro che sempre hanno avuto da dire sulle sue scelte, coloro che mai hanno capito la sua complessità, il suo agire.

La Fallaci le chiamava cicale, io li chiamo pifferai magici più che cicale, ma il senso non muta. Persone che prendono la parola nel nostro Paese senza valutare e comprendere l’impegno e l’impiego del lavoro di persone che credono con granitica convinzione in ciò che fanno e in ciò che vedono come un cambiamento possibile. Ora mi auguro che queste cicale, questi pifferai magici che inondano le nostre giornate di note stonate e cercano di spostare l’opinione senza contenuti concreti ma solo chiacchiere, un giorno si fermino e inizino a pensare e non “cantare”.

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+RSS thisEmail this to someonePrint this page

Garanzia Giovani Campania è un bene comune

Man mano che si avvicina il tempo della campagna elettorale mi capita di leggere commenti di persone che, nel commentare iniziative su Garanzia Giovani cui partecipo, ne parlano come se fosse propaganda. Persone – di altro orientamento politico, peraltro spesso dichiarato nei loro profili Facebook – che, probabilmente in buona fede e senza conoscere un lavoro che va avanti da ben oltre un anno, intervengono pensando alla logica e alle dinamiche della vecchia politica.

10996061_839940389401982_4161770111356535571_n

Appunto quella che si sveglia dal letargo della proposta e dell’impegno solo con l’approssimarsi del voto. Intendiamoci, ciascuno è libero di avere le proprie idee e di esprimerle liberamente, purché in modo civile, ma in questo caso sento il dovere di una riflessione ulteriore. Infatti, chi mi segue sa che il modo di fare dei politicanti della promessa, in generale, non mi appartiene. Nel caso di Garanzia Giovani Campania però c’è anche un motivo in più: questo Programma non appartiene alla Regione Campania, come Istituzione, e tantomeno a me. È uno strumento in mano alla nostra comunità – fatta di imprese, lavoratori, professionisti, persone in carne ed ossa insomma – ed è nato per dare una mano ai nostri ragazzi, a tutti i nostri ragazzi.

Per riuscirci dobbiamo farlo tutti insieme. Non facciamo pubblicità negativa ad uno strumento che, per la prima volta nella storia della nostra terra, si propone di accompagnare e dare un’opportunità ai nostri ragazzi, a tutti i nostri ragazzi, solo per fare il tifo per qualcuno o contro qualcun altro. Ci saranno elezioni, libere e democratiche, e ognuno voterà ciò che ritiene più giusto per il bene della Campania, ma non facciamo diventare Garanzia Giovani e i nostri ragazzi terreno di scontro e di interessi politici!

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+RSS thisEmail this to someonePrint this page

Garanzia Giovani, 6.250 ragazzi avviati al lavoro

È stato pubblicato il nono monitoraggio del programma “Garanzia Giovani Campania”, con i dati aggiornati al 31 gennaio 2015. In totale, i ragazzi che hanno aderito al programma sono 54.769. Quelli già “trattati” dai centri per l’impiego e dai servizi per il lavoro privati sono 27.820. Di questi 15.709 giovani sono stati già “presi in carico” dai suddetti servizi. Sempre dal totale, 8.140 giovani non sono presentati all’appuntamento mentre 2.800 circa sono stati cancellati dal programma per mancanza di requisiti.

6.250 giovani che hanno fatto adesione a Garanzia Giovani sono stati avviati al lavoro. Nello specifico, 1.190 hanno ottenuto un contratto a tempo indeterminato, 3.125 uno a tempo determinato e 1.800 circa sono stati chiamati con altre tipologie contrattuali. La maggior parte, oltre 5.000, ha trovato lavoro nel settore dei servizi, in particolare commercio, alloggio e ristorazione; oltre 1.000 nei settori di industria e costruzioni.

Nappi___

Le offerte di lavoro da parte delle aziende presenti sul portale sono 5.314, di cui 3.360 per contratti a tempo determinato. Tra queste 4.997 offerte riguardano il settore dei servizi. A queste offerte, da ieri si aggiungono gli oltre 4.000 tirocini finanziati dalla quota campana di Garanzia Giovani. I tirocini sono in queste ore in corso di pubblicazione da parte dei soggetti ospitanti che hanno ricevuto il finanziamento regionale.

Diamo esecuzione ad un progetto di cui spesso si parla, anche senza conoscerlo. Noi, invece, in Campania, lo abbiamo voluto cogliere come un’opportunità per dare una scossa al nostro mercato, cominciando col combattere le inefficienze e i ritardi interni al sistema. Un’occasione per rivedere la funzionalità dei centri per l’impiego e la creazione di un modello che faccia innanzitutto rete tra tutti i soggetti coinvolti.

Molti sono i ragazzi che ci stanno credendo e tanti quelli che hanno già trovato un’opportunità, con la consapevolezza che le risorse ci sono, e che in questo programma ci sarà spazio per tutti.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+RSS thisEmail this to someonePrint this page

Isis alle nostre porte, urgente affrontare la situazione

Trovo indegna e spregevole la decapitazione dei 21 copti egiziani di fede cristiana avvenuta in Libia per mano dell’Isis. Un’ennesima barbarie compiuta da questi sedicenti predicatori d’odio che, ora, si trovano minacciosamente alle nostre porte. L’urgenza di affrontare la situazione è sotto gli occhi di tutti, e il Ministro Alfano ha tutte le ragioni di sostenere che non c’è più tempo da perdere.

Stavolta, però, si evitino le azioni unilaterali, l’improvvisazione strategica e gli errori commessi in passato e si pretenda con determinazione il coinvolgimento degli organismi internazionali, primo fra tutti le Nazioni Unite, per affrontare in maniera coesa e sinergica quello che si configura sempre di più come un attacco nei confronti dell’intero Occidente.

L’aperto riferimento a Roma da parte di questi tagliatori di teste e le intimidazioni al Ministro Gentiloni non possono passare inosservati, né essere considerati come questioni che riguardano esclusivamente il nostro Paese.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+RSS thisEmail this to someonePrint this page

Le riforme a ogni costo. Ma a quale prezzo?

Nonostante i buoni propositi di ‘riforme condivise’, sembra che il treno riformatore viaggi a una velocità talmente spedita da tranciare ogni ostacolo, non per forza ostruzionista, che si presenta sul proprio binario. Fosse così, non ci sarebbero del resto troppi problemi. Per troppo tempo diversi ostacoli hanno impedito a questo Paese di modernizzare la propria struttura istituzionale. Ma se a esser ‘dimenticati per strada’ sono proprio i passeggeri del vagone del cambiamento, allora qualcosa è andato storto.

È un po’ come se prometti a decine di persone di farle imbarcare per un viaggio verso le Maldive, salvo poi condurle in Antartide. Che si fa? Si torna indietro in segno di rispetto della loro volontà? O si procede speditamente verso il gelo, intimando ai passeggeri ‘dissidenti’ di abbandonare la nave? Il dilemma di ciò che sta accadendo in questi giorni in Parlamento ‪‎ruota tutto intorno alla mancata promessa di condivisione in tema di riforme strutturali ed essenziali, lautamente annunciata benché inattuata. Ma dagli uomini soli al comando, forse, sarebbe stato troppo aspettarsi che ciò realmente accadesse.

montecitorio

La nostra storia è piena di tentativi di riforme portati avanti a colpi di maggioranza, miseramente falliti. Senza volgere troppo indietro lo sguardo, possiamo ricordare la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, i cui risultati non proprio esaltanti sono sotto gli occhi di tutti, o la riforma costituzionale del 2006, bocciata dai cittadini attraverso il referendum. Due cambiamenti radicali, nelle intenzioni dei loro ideatori. Il primo rivelatosi problematico, se non addirittura dannoso, nel già difficile rapporto tra Stato e Regioni, il secondo mai entrato in vigore, ma all’epoca abbastanza contestato anche da illustri costituzionalisti.

La storia insegna, ma la lezione non sempre viene colta. E a inseguire l’onda demagogica del cambiamento a tutti i costi, purché si cambi, si rischia di pagare il prezzo più caro. Esautorare il Parlamento dalle proprie funzioni, rendendolo organismo meramente esecutore anziché organo propositivo, con il solo e unico pretesto di esser graditi al popolo per ciò che si porta avanti. È anche vero che ‘il pubblico è sempre sovrano’. Peccato però che la politica, e ancor di più la democrazia, non siano un reality show.

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+RSS thisEmail this to someonePrint this page

“Il Jobs Act da solo non basta, ci vogliono i fact”

La mia intervista a ‘La Repubblica degli Stagisti’.

Nappi

Se tutti parlano di Jobs Act lui sdogana provocatoriamente un personalissimo neologismo: Jobs f(Act). Questo il titolo del libro dato alle stampe pochi mesi fa da Severino Nappi, assessore al Lavoro della Regione Campania. Testo in cui espone senza mezzi termini la sua idea: meno regole e burocrazia e più investimenti e incentivi allo sviluppo. La Repubblica degli Stagisti ha provato a capire dall’autore come tutto questo possa essere realizzato in Italia e perché a suo avviso il Jobs Act non può essere l’unico rimedio ai problemi del nostro mercato occupazionale.

Nel libro afferma che le riforme degli ultimi quattro anni hanno «toppato» perché focalizzate  sul contratto di lavoro individuale e responsabili di aver ulteriormente complicato il mare magnum della nostra legislazione del lavoro. Perché è tutto sbagliato?
Perché oltre all’inutilità di intervenire sul contratto individuale e non su quello collettivo trovo inutile e talvolta dannoso operare sulle regole senza alcun tipo di intervento sugli investimenti e sullo sviluppo. Sulle leggi e sulle tipologie contrattuali potremmo discutere per ore e ognuno, ovviamente, avrebbe la sua ricetta, ma gli investimenti, specie al Sud, sono i grandi assenti degli ultimi quarant’anni. E poi francamente sono stufo delle riforme a costo zero. Ecco perché ho auspicato provocatoriamente nel titolo un ritorno ai «fact».

Anche il Jobs Act ha un focus su un contratto individuale, quello a tutele crescenti, e a suo avviso non guarda alle condizioni e aspettative del mercato. Fornire degli sgravi alle aziende che assumono non è però comunque un modo per dar loro supporto e provare a ripartire? 

Quello degli incentivi alle assunzioni è un altro falso mito. Vi racconto un aneddoto che poco ha di simpatico e divertente. Come prima misura di contrasto alla crisi, la Regione Campania già nel 2010 aveva fissato diverse risorse sugli incentivi alle aziende in caso di assunzione. Non siamo andati oltre i dati noti. Aldilà di qualche caso patologico di sfruttamento della misura fine a se stessa, molte aziende non  erano interessate all’incentivo, piuttosto volevano  fossero date delle condizioni per la sopravvivenza. E un’azienda sana, per sopravvivere, non ha bisogno soltanto dell’incentivo all’assunzione del lavoratore ma di tante altre garanzie, innanzitutto a tutela del lavoratore stesso. Poi questi incentivi li ha messi anche in campo il Governo, che poco è riuscito a fare rispetto alle Regioni, tant’è che adesso li ha riproposti alle regioni stesse.

Un po’di tempo fa ha affermato che quelli campani sono «giovani concreti che cercano di costruirsi da soli il proprio futuro, privilegiando la flessibilità e mettendosi in proprio». Più che una scelta non si tratta di una strada legata a mancanza di alternative, laddove con un 47% di disoccupazione i giovani hanno rinunciato al posto fisso?
La rinuncia al posto fisso, come dimostra anche un’indagine che ho diffuso di recente, è dettata da un cambiamento di mentalità di giovani che osservano il mercato che, a sua volta, si muove e muta. E questa coscienza c’è molto più al Sud che al Nord. Poi i dati sull’autoimprenditorialità che abbiamo raggiunto anche con la misura regionale del microcredito ci dicono che i nostri giovani non sono proprio dei bamboccioni o degli sfaticati ma che spesso, partendo proprio da questo micro-prestito di 25mila euro, si sono rimboccati le maniche e un lavoro se lo sono inventato.

A proposito di occupazione la Campania ha il 14% di iscritti sul totale alla Garanzia Giovani e lei ha dichiarato che oltre 5mila persone hanno trovato lavoro grazie a essa. 
Il monitoraggio informale condotto dalla nostra testata non sta però facendo emergere risultati confortanti…
I dati sono mensilmente pubblicati attraverso un bollettino diffuso dall’Arlas, l’Agenzia regionale per il lavoro. Non si tratta di tendenze, ma di dati reali e pubblici. Lì ci sono anche tutti i settori, come pure tutte le iscrizioni dei ragazzi, classificati per età, sesso, provenienza e tipologia di candidatura, così come le iscrizioni delle aziende per tipologia di vacancies. Naturalmente concordo sul fatto che occorrerebbe far molto di più e molto più in fretta. Ma la Garanzia Giovani è anche lotta contro la burocrazia, i tempi morti, lo scarso entusiasmo di alcuni funzionari pubblici ad andare oltre l’ordinario. Però per questo occorre uno sforzo corale e una presa di coscienza. Anche per questo pubblichiamo i dati. Tutti possono vedere dove le cose marciano di più e dove ci sono rallentamenti.

Nel libro spiega che una delle strade per migliorare la ricerca di lavoro potrebbe essere quella di creare un’agenzia federale che sfrutti i fondi comunitari destinati alle regioni. Ci sono sviluppi sul tema?
Il Governo sta lavorando a questa agenzia unica che, secondo me, deve in qualche modo essere collegata anche al territorio e fare da raccordo tra le regioni. Al momento siamo ancora in una fase embrionale in quanto le politiche del lavoro, in base alla riforma del titolo V, hanno competenze frammentate tra lo Stato centrale, le Regioni e, nel caso dei centri per l’impiego, ancora alle Province. Ragion per cui bisogna capire come il Governo intenderà muoversi in concomitanza con la riforma costituzionale che pure riguarderà un riassetto degli uffici provinciali. Quali competenze in materia di lavoro deciderà di lasciare in capo alle Regioni e quali conservare in mano allo Stato. In base a questo, e in tempi mi auguro rapidissimi, si definirà anche il ruolo dell’Agenzia unica nazionale. Su questo tema posso solo dire che la posizione delle Regioni è molto chiara e che, con i colleghi delle altre Regioni, in sede di Commissione stiamo elaborando una serie di proposte che stiamo sottoponendo di volta in volta sia al Ministro Poletti sia alle preposte Commissioni parlamentari.

Lei propone una rivisitazione del motto degli anni 70 in «lavorare meglio, lavorare tutti», cercando di favorire la flessibilità. Ma è più  colpa delle aziende che non riescono a farlo o del fatto che non ci sia adeguata preparazione a questo tipo di situazioni da parte del lavoratore?
Ritorniamo al tema del rapporto tra  contratto individuale e contratto collettivo. Lavorare meglio passa necessariamente per un riassetto a livello contrattuale, a volte tutoriale o aziendale, cosa che abbiamo fatto in Campania più volte, salvando molte aziende dalla chiusura e comunque scongiurando numerosi licenziamenti. Solo che anche questo riassetto è complicato perché per farlo ci vogliono molte ore di confronto, a volte nottate intere, trattative sindacali con le aziende, con le delegazioni dei lavoratori, che nel tempo della eliminazione dei corpi intermedi sembrano a dir poco passate di moda. Per me restano invece l’unica strada possibile.

Gli ultimi dati di dicembre sull’occupazione sono meno negativi dei precedenti. Quali sono le sue previsioni per il prossimo anno, in vista anche dell’approvazione della normativa sul contratto a tutele crescenti e degli effetti delle altre disposizioni previste dal Jobs Act?
La partita si gioca sulla fiducia e su molte altre cose. Lo ripeto, il Jobs Act da solo non è risolutivo. E anche i contenuti del Jobs Act di per sé sono insufficienti. Solo con un serio piano di investimenti si potrà far risalire l’occupazione e, di conseguenza, i consumi. Smettiamo di pensare esclusivamente ai numeri e alle regole finanziarie, per giunta con animo burocratico, e stimoliamo la crescita e l’occupazione. Ha funzionato in America dopo la grande depressione e sta funzionando di nuovo ora. Perché non possiamo faro anche noi?

Chiara Del Priore

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+RSS thisEmail this to someonePrint this page