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Formez, la soluzione già c’è. No demagogia su lavoratori

Farà sicuramente piacere ai lavoratori del Formez di Pozzuoli sapere dell’appoggio del consigliere Daniele e della sua intercessione presso il presidente De Luca. Ma Daniele è evidentemente male informato quando dice che la giunta Caldoro non se ne sarebbe interessata, facendo scelte sbagliate.

Non soltanto ci sono atti scritti, a mia firma, che testimoniano il contrario, ma la soluzione che ora propone De Luca è esattamente quella da me avanzata, a nome della Regione Campania, lo scorso mese di maggio. Anzi, io ho anche individuato modalità e strumenti per rendere operativa la collaborazione con l’Ente.

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Peraltro, onde evitare altre “appropriazioni indebite”, preciso che il Commissario straordinario del Formez ha già dato disponibilità in tal senso. Si tratta ora soltanto di raccogliere e formalizzare quell’impegno.

Insomma, è sbagliato, a ogni livello, fare demagogia sul lavoro. Specie in una terra come la Campania che ha bisogno di sostenere le imprese e il lavoro di qualità. Come dimostrano le nostre battaglie, da ultimo, su Telespazio, Nuova Sinter, Itron. Tutte vertenze su cui siamo stati lasciati soli coi lavoratori, contro tutti. Ma non per questo abbiamo puntato il dito. Piuttosto, si studino soluzioni per tutte queste vicende, con serietà e competenza. Noi continueremo a vigilare e a fare la nostra parte.

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Intervista a Marcello Lala, Alto Consulente del Governo della Rep.Srspka per la lotta a corruzione e mafie

Marcello Lala, 43 anni avvocato napoletano, due lauree, una in giurisprudenza ed un’altra in scienze della comunicazione, da sempre appassionato della politica. E’ da due anni consulente di Confindustria Serbia e dall’anno scorso “Alto Consulente della Repubblica Srspka per la legalità, la lotta alla corruzione ed alle mafie”. E’ stato recentemente citato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel corso della visita nei Balcani, perché la sua nomina è un orgoglio per l’Italia.

Come mai questo incarico, avvocato?

“Da due anni mi adopero per l’internazionalizzazione delle imprese italiane nei Balcani, assieme a Confindustria ed al suo ottimo presidente, l’amico Erich Cossutta. Frequentando la Serbia ho intessuto rapporti con le realtà produttive e quelle politiche del Paese e tra gli altri ho conosciuto Cvijetin Nikic e Cvijetin Simijc, Presidente del partito di maggioranza relativa SNS partito progressista serbo (Srpska Napredna stranka) e Presidente del Parlamento. Sono stati proprio loro a chiedermi di dare una mano ed io volentieri ho accettato, anche perché si tratta di una sfida interessante”.

Una sfida anche rischiosa: la Repubblica Srpska o meglio la Repubblica Serba della Bosnia Herzegovina è da sempre indicata come crocevia di traffici internazionali quali droga e armi.

“Una repubblica cuscinetto, al centro di due Paesi come Bosnia e Serbia, ha sicuramente un ruolo importante per la pace tra l’etnia serba ortodossa e l’etnia musulmana della Bosnia ed è a questo che noi dobbiamo puntare: alla pace ed alla civilizzazione, portando a standard europei questi Paesi, su temi come la legalità e la lotta alla corruzione. Devo dire che gli sforzi fatti stanno portando ottimi risultati soprattutto in Serbia dove c’è una gran voglia di fare e di ammodernare il Paese, grazie anche al grande impegno del premier Vucic. E c’è anche un grande spazio per l’Italia. Noi abbiamo tanto “know how” da esportare e loro sono davvero affamati di sapere e di “fare”: oltre ai tradizionali spazi del “made in Italy”, penso all’ambiente, alla sanità, ai trasporti e alla logistica e soprattutto ai servizi per le imprese. Qui l’Europa non è solo quella delle oligarchie dei burocrati e dei numeri, qui l’Europa è percepita per quello che dovrebbe essere: integrazione, sviluppo e progresso.

Paura?

“Nessuna! Se uno accetta è perché non ha paura di affrontare una sfida così importante e poi io amo il popolo serbo e amo la loro terra. Mi trovo bene con loro negli affari, come nella politica. Bisogna pur dire che il fenomeno, però, esiste eccome . Ricordo un episodio del 2007 quando, a margine di una conferenza a Bijelina, mi si avvicinò un uomo che aveva lavorato per il governo e che aveva denunciato casi di corruzione; in quello stesso anno gli avevano sterminato tutta la famiglia in un attentato. Gli ho detto di rivolgersi al nostro organismo, di entrare in contatto con noi, perché non si sentisse solo perché da una vicenda terribile come la sua si potesse trarre insegnamento per le misure da mettere in campo. Da allora ci sentiamo costantemente e il suo esempio è di monito per tutti”.

E quale è stato il suo primo provvedimento appena si è insediato?

“Ho proposto di pubblicare online tutti gli atti adottati dal governo, ma ancor di più quelli adottati dalle Municipalità, che sono i luoghi dove si annidano i maggiori casi di corruzione. Una politica trasparente è il primo passo per la lotta alla corruzione e al malaffare”.

Risultato?

“Il Parlamento si è subito adeguato, le Municipalità lo stanno facendo gradualmente. Ma piano piano contiamo di portare a casa questo primo risultato in tempi brevissimi. Per il resto il mio lavoro si sta svolgendo nella direzione di creare “protocolli” di comportamento nel rapporto tra imprese e pubblica amministrazione proprio per ridurre gli spazi al “grigio” e alle “interferenze”.

Le manca Napoli?

“Io non andrò mai via da Napoli. Resto fermamente col cuore nella mia città, dove continuerò a fare la mia parte anche impegnandomi in politica, per cercare di cambiare qualcosa pure da noi. Però l’esperienza di Napoli mi è servita tantissimo anche per affermarmi all’estero. Dalle nostre parti si chiama “scuola del marciapiede”. Devo però dire che a Napoli ho avuto grandi maestri che mi hanno insegnato come ci si muove nel mondo della politica e della diplomazia, guardando a quello che avrei potuto fare e non al fatto che fossi figlio di una casalinga e di un vigile urbano. Però una cosa, alla fine, devo dirla nonostante mi secchi molto: forse sono uno di quei napoletani che viene apprezzato di più fuori che in casa propria. Io ho scelto di impegnarmi e di tornare qui: altri se ne vanno per sempre. Chi lo fa non dev’essere chiamato “core ngrato” piuttosto deve essere stimolato a tornare e a restare”.

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Se fosse stata nostra figlia?

Nei giorni scorsi una banda di sei giovani è stata assolta dall’accusa di stupro di gruppo di una ragazza di 23 anni perché la vittima non sarebbe attendibile, anche per i suoi “costumi”.

Lei, sconvolta, ha scritto una lettera pubblica e, leggendola, ho pensato: se fosse stata mia figlia al posto suo? Questo solo pensiero è stato sufficiente a non chiudere frettolosamente la questione, passando oltre. Ho scelto di andare un po’ più a fondo, leggendo anche la sentenza, come dovremmo fare tutti. Non spetta a me stabilire se i Giudici hanno deciso bene o male o se, come si dice in gergo giuridico, sia stata raggiunta la prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, della colpevolezza di questi sei ragazzi. Ma ugualmente non mi è piaciuto quello che ho letto. La sentenza è piena di particolari sui gusti, le tendenze, le inclinazioni e i comportamenti di questa ragazza.

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Che senso ha descrivere il colore degli slip che la ragazza indossava la sera del fatto? Era proprio necessario tornare e ritornare sugli orientamenti sessuali della vittima? Sfogliando quelle pagine non è difficile intuire il clima di quel processo: se chiudo gli occhi, riesco persino a immaginare il compiaciuto chiedersi se lei ci stesse o meno oppure il far notare che, in fondo, la sera dello stupro lei già lo “aveva fatto” con un ragazzo, e poco prima per giunta!

La verità è che quella sentenza descrive una certa idea dei rapporti tra uomo e donna che ancora circola nel nostro Paese. Ci proclamiamo moderni e affermiamo la parità tra le persone. E, invece, finiamo ancora per distinguere il diritto di vivere serenamente la propria esistenza in base al sesso, alla condizione sociale o alla latitudine geografica. La libertà di comportamento di un giovane ricco, magari del Nord, incontra minori limitazioni di quella di una giovane donna, peggio se povera e di una regione meridionale.

Impregnati di luoghi comuni, questi modi di pensare poi sfociano nei: “se l’è meritata, in fondo”. Magari accompagnati da un rassicurante: “tanto a mia figlia, a mia sorella o a mia moglie non potrebbe mai capitare, perché lei non ‘stuzzica’”.

E invece non è così, perché pregiudizi e preconcetti sono il terreno nel quale cresce la possibilità per il carnefice di sottrarsi alle proprie responsabilità, scaricando la “colpa” sul modo di essere della vittima, qualunque esso sia.

Ecco perché dico di smetterla con la doppia morale e l’ipocrisia. Non dobbiamo mettere in campo chissà quali iniziative per cambiare le cose. È sufficiente cominciare a dire, di fronte a vicende gravissime come queste, e ancor di più rispetto alle mille forme di aggressione che quotidianamente si consumano in danno delle nostre donne: se fosse tua figlia?

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Pompei non è più una città bruciata

In questi giorni in cui i tanti turisti che vengono a visitare le nostre terre si trovano di fronte spettacoli indegni, causati dai disservizi, dalla mala gestione della cosa pubblica, dall’incuria, mi vengono in mente le parole del celebre scrittore americano Mark Twain, padre de ‘Le avventure di Tom Sawyer’ e ‘Le avventure di Huckleberry Finn’.
Nel 1867 Twain visitò la nostra Napoli, rimanendo affascinato dalle sue contraddizioni, dal suo essere in divenire, dalla vita brulicante che mai abbandona le vie partenopee. La sua permanenza in Campania è parte di un viaggio oltreoceano dopo cui scriverà ‘The Innocents Abroad’, diario il cui intento è far conoscere al lettore l’Europa e l’Oriente come “se li si guardasse con i propri occhi, anziché con gli occhi di coloro che hanno viaggiato prima di lui”. Voglio proporvi poche righe di Twain su Pompei, per ricordarci quel che era e come dovrebbe tornare ad essere:
“Sotto il sole torrido delle lunghe file di case in mattoni robuste, dai pavimenti pulitissimi, senza una sola vivace tessera offuscata o mancante nei mosaici […] non è più una città bruciata.”
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È vero. Passeggiando per le sue vie ci si dimentica di essere in un luogo dove lo scorrere del tempo è stato arrestato dalle ceneri vesuviane. Camminando tra le domus romane si ha l’impressione di poter rivivere attimi di vita di coloro che abitavano la città. Pompei sprigiona vitalità.
Iniziative come quella di ieri notte, che ha visto Roberto Bolle ballare sul palcoscenico del Teatro grande, hanno la capacità di farci dimenticare degli scempi che Pompei è costretta, suo malgrado, a subire. A darci un barlume di speranza.
Così Pompei dovrebbe tornare ad essere. Piena di vita, ammirabile in tutto il suo splendore. Affinché quando si cammini per le sue strade, Pompei possa non essere più “una città bruciata”.

 

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Whirlpool, intesa firmata oggi sia punto di ripartenza per tutti

La firma dell’intesa tra Governo, Regioni e Whirpool sia un punto di ri-partenza. Noi la nostra parte l’abbiamo fatta e nel momento peggiore. Quando col Presidente Caldoro mettemmo in campo 50 milioni per salvare lo stabilimento di Carinaro.

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Mi auguro che la nuova amministrazione regionale non vanifichi il lavoro fatto finora e che si spenda per i nostri lavoratori, per la nostra terra e per rilanciare il sito campano. La Campania non deve essere la soluzione di ripiego del Paese, ma il ‘cervello’ e il punto di snodo di un processo di sviluppo che non può prescindere dal Mezzogiorno e dall’intero Sud.

Un in bocca al lupo ai tanti coraggiosi lavoratori che, in questi anni, non hanno mai mollato la loro giusta battaglia

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Sangue e indifferenza

Utoya. Parigi. Tunisia e oggi Turchia. E se quei ragazzi fossero stati i nostri figli? E se quell’odio fosse più vicino di quanto immaginiamo a casa nostra? Bastano questi episodi a trasformare la nostra indignazione e la nostra rabbia in orgoglio ed azione? Non è comunque la gente, la nostra gente comunque? E non basta forse già la distinzione tra vittime e assassini a marcare una differenza tra “loro” e “noi”? E allora cosa aspettiamo?

Troppe domande, forse. Troppe domande retoriche, direi. Perché mai come oggi mi vengono in mente le parole di Oriana Fallaci. Era il 2001, e il terrorismo aveva sfondato pesantemente le porte dell’occidente ed aveva colpito al cuore gli Stati Uniti.

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A due passi dalle torri gemelle sventrate ed in fumo, la Fallaci mise a nudo l’occidente. Nudo ed indifeso, appunto. Da allora assordanti silenzi e troppo “benaltrismo”. Solo perché troppo spesso abbiamo pensato che, tanto, non stava mica accadendo a noi?

E intanto l’occidente ha arretrato sempre di più di fronte a criminali, vecchi e nuovi, da Bin Laden all’Isis, che ad arretrare, per cultura o per religione, non ci hanno mai pensato e non ci pensano proprio! Abbiamo persino messo in discussione la nostra identità, dai crocifissi al presepe nelle scuole, perché abbiamo pensato che i bambini, a quell’età, sono tutti uguali. Mentre noi no, noi nei loro paesi dobbiamo rispettare le loro regole, quando ci va bene e non ci lasciamo la vita. E non solo, non basta.

Adesso anche nei nostri paesi. Si muore in spiaggia, si muore per strada, si muore in un museo, o banalmente nel proprio ufficio. Muore la gente, muoiono i ragazzi, e con essi muoiono la nostra dignità e la nostra identità. Questo è il fanatismo che dobbiamo attaccare e a cui dobbiamo smettere di replicare con buonismo pseudo intellettuale e con fiumi di ipocrisia.

Nessun allarmismo, ma la Turchia è davvero a due passi dalle nostre città. La Turchia siamo noi, quei ragazzi siamo noi e i nostri figli. Quel selfie siamo noi. E all’improvviso non ci siamo più. Se non facciamo così, rischiamo di perdere contro il terrore nero che viene dal passato e che oggi chiamiamo Isis. Questa è la sfida della rabbia e dell’orgoglio: il nostro bene contro il loro male!

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L’insegnamento del giudice

L’intervista di oggi sul Corriere della Sera del procuratore della Repubblica di Palermo, Francesco Lo Voi, rappresenta, almeno per me, una straordinaria e positiva lezione a questo Paese e a tutti quelli che si interessano, a vanvera, dei rapporti tra politica e magistratura.

Il procuratore, con chiarezza, ha detto che la politica, in questa Italia così mediocre, cerca nella magistratura, in positivo e in negativo, una giustificazione per le proprie azioni. Ed è la verità. Fateci caso: in Campania, Vincenzo De Luca, un condannato e plurindagato, si vuole candidare a tutti i costi e, nonostante evidenti ragioni (se non altro) di inopportunità, nessuno lo ferma. Salvo poi affidare ai giudici la soluzione tecnica che gli consenta di governare, peraltro in attesa della decisione (di altri giudici) sulla costituzionalità della “legge Severino”.

Giurisprudenza 07

In Sicilia, Lucia Borsellino, figlia  dell’indimenticato Paolo, si dimette da assessore regionale alla sanità per contrasti sulla “gestione” della materia con il presidente Crocetta e, per venti giorni, nessuno si chiede perché (lo stesso procuratore ha detto: “dimissioni trattate come polvere infilata sotto il tappeto”). Poi, “esce fuori” che ci sono intercettazioni (e qui poco importa quali esse siano) di presunti contrasti tra i due e, per questa stessa ragione, si chiedono le dimissioni a Crocetta (che sino a qualche giorno prima veniva peraltro considerato pure un campione dell’antimafia).

Ancora. Maurizio Lupi, senza essere neppure indagato, nei mesi scorsi viene citato in alcune intercettazioni telefoniche relative ad un’inchiesta su appalti all’Expo di Milano e, per ragioni di opportunità, invitato a dimettersi, mentre, per molti altri parlamentari e membri del Governo, persino indagini avanzatissime sono insufficienti a far avanzare la medesima richiesta.

Insomma, la magistratura e i suoi provvedimenti sono diventati un alibi e uno strumento di lotta politica. A che prezzo? Lo svilimento delle Istituzioni, il crollo della fiducia dei cittadini in chi amministra la cosa pubblica e, soprattutto, la totale precarietà dell’azione istituzionale. Infatti, di fronte a questo stato di cose, è evidente che chiunque ricopra un ruolo pubblico è esposto al rischio di essere travolto al primo stormire di foglie giudiziarie.

Sarà solo la convenienza del momento a decretarne poi la morte o la sopravvivenza, politica s’intende. Ma questo varrà per il destino del singolo, non certo per le Istituzioni. Infatti, i cittadini non hanno più il tempo (e ancor di più la voglia) di verificare chi è il destinatario di un’indagine o di un avviso di garanzia. Per esempio cosa ha fatto nella vita, se è una persona che ha un lavoro da cui viene, e un lavoro a cui tornare terminata la stagione politica. Insomma, distinguere, caso per caso,  come si fa nella vita “normale”.

Invece no. Tutti colpevoli. A prescindere. E poi alcuni salvati, se conviene al potere. Naturalmente, tutto questo giova proprio agli affaristi, ai corrotti, ai mediocri e ai trafficoni della politica, privi di contenuti e che non hanno nulla da perdere, dignità compresa. Questi signori giocano la loro partita e, per uno che cade, altri ce la fanno a continuare i loro “affari”.

In fondo, se la magistratura li arresta – e quel giudizio è irrevocabile indipendentemente dagli esiti dell’inchiesta di turno – potranno sempre raccontare di essere anche loro vittima di un errore giudiziario. Tanto nessuno si preoccuperà di controllare se è vero o no. Insomma, povera Italia, povera politica e viva le persone serie e coraggiose come Lo Voi.

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Rinvio Convegno ‘L’industria (non) passa per il Sud’

Si comunica il rinvio, a data da destinarsi, del Convegno “L’industria (non) passa per il Sud” organizzato dall’Associazione Insieme per oggi pomeriggio, 20 luglio, alle ore 17,30 presso il Teatro Galilei di Città della Scienza a causa della scomparsa del padre del presidente dell’Associazione, Severino Nappi.

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Mai dimenticare!

In questo giorno di venti tre anni fa si è scritta una delle pagine più nere della storia del nostro paese con la barbara uccisione di Paolo Borsellino nella strage di via D’Amelio per mano della mafia. Insieme al magistrato persero la vita i cinque agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Ad anni di distanza la domanda che molti si pongono è se la loro morte sia servita effettivamente a qualcosa. I fatti recenti che si leggono quotidianamente sui giornali o si vedono alla televisione farebbero pensare di no. Che la mafia, anzi le mafie abbiano preso il sopravvento, abbiano vinto.

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Io invece credo che le loro vite, donate al nostro paese, siano servite a molto. Sono servite d’esempio a milioni di italiani che in questi anni hanno deciso di dare una forte sterzata alla loro vita, imboccando la strada della legalità. Tante persone hanno capito che la via intrapresa da uomini come Borsellino, la possiamo intraprendere tutti, nel nostro piccolo, nella nostra vita quotidiana.

Molte le associazioni, gli esempi personali che in questi anni hanno detto un bel NO alla mafia. Tanti hanno seguito le parole di questo personaggio che come bene affermava ‘è normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti’.

E grazie al suo coraggioso esempio, tanti uomini e donne hanno trovato la forza di ribellarsi a questo cancro che è la mafia, hanno provato nel quotidiano a fermarla. Non voglio dire che questo male che ci affligge sia stato sconfitto, purtroppo esempi di criminalità a stampo mafioso sono all’ordine del giorno in tutta la penisola. Ma sono sicuro che da quel 19 luglio 1992 tanto sia cambiato nella percezione che noi abbiamo delle mafie, tanta strada è stata fatta e seguendo l’esempio di Paolo Borsellino, tanta strada possiamo ancora fare.

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Siamo un paese dalla memoria corta che funziona male

L’Italia e una buona parte degli italiani vivono l’immigrazione come un problema. Dal Veneto a Roma dilagano messaggi verso le tante persone che giungono dal nord Africa, affrontando viaggi della morte, per raggiungere un sogno che vuol dire speranza di una vita migliore. Nel nostro paese la memoria è veramente corta. Come ben espresso dalla scritta apposta sul Palazzo delle Civiltà di Roma, gli italiani sono un popolo sì di “poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori e di scienziati”, ma anche e soprattutto di “navigatori e di trasmigratori”.

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Lo siamo sempre stati e fa parte del nostro dna. Nella prima parte del secolo scorso furono ben 25 milioni, gli italiani che lasciarono lo stivale per avventurarsi verso i paesi più industrializzati dell’Europa e verso le Americhe. Ancora oggi siamo protagonisti di quella che viene definita la ‘nuova immigrazione’, e anche se rispetto ai nostri nonni e bisnonni che partivano con le valigie di cartone legate con uno spago alla ricerca di una fortuna che la povertà italiana di quei tempi non offriva, la trasmigrazione odierna non è poi tanto dissimile negli intenti: la ricerca di maggiori possibilità che l’Italia, purtroppo, non sempre offre.

A partire e lasciare il nostro paese sono oggi i nostri giovani, che prendono un aereo per cercare un’opportunità lavorativa all’estero. Londra e Parigi sono piene di connazionali che si presentano con la speranza di un impiego che qui da noi non riescono a trovare. I nostri giovani, i nostri talenti lasciano l’Italia e portano la loro formazione e le loro doti all’estero, provando un doppio dolore: sentimentale per la lontananza dai propri affetti e sociale perché andandosene provano sfiducia verso il paese d’origine.

E il nostro dovere, istituzionale e sociale, è duplice in questo contesto storico: da una parte creare le occasioni che permettano ai nostri ragazzi di non partire o quanto meno di ritornare, per non regalare un bagaglio culturale e d’istruzione acquisito nel nostro paese e donato all’estero; dall’altra aiutare queste migliaia di persone che giungono sulle nostre coste, perché, al di là dei nomi che gli affibbiano, sono: persone come noi.
Detto questo occorre che la burocrazia faccia il proprio dovere: si distinguano, in pochi giorni e non in mesi o anni, i profughi che hanno diritto di rimanere, dai clandestini che non lo hanno. Dietro la tensione di questi giorni c’è anche questo!

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