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Il Napoli è tutta n’ata storia!

Uno stadio che non fa più il pienone, striscioni dentro e fuori dal San Paolo e persino qualche inno “nuovo di zecca”. Tutto e tutti rigorosamente contro il presidente De Laurentiis. La squadra, i ragazzi, invece, non si toccano. Anche perché ci mancherebbe pure che, dopo quei due spettacolari goal di Higuain, ce la prendessimo pure con loro.

Piuttosto sono i tre cambi che non comprendo, così come non ho compreso la sostituzione dello stesso Higuain in favore del pur bravissimo Gabbiadini al debutto col Sassuolo. Higuain io lo lascerei sempre e comunque in campo, così come il nostro Capitano Hamsik, a meno che la loro condizione fisica non glielo consenta.

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Ma veniamo ai tre cambi di ieri sera, dopo un primo tempo da incorniciare, in cui non avevamo lasciato che la Sampdoria tirasse una sola volta in porta. Tre cambi, tre errori, secondo me. Lasciando in panchina Mertens e stavolta pure Gabbiadini. E qui è il punto. Una squadra che crede nello scudetto e aspira a tornare in Champions può reagire tatticamente così ad un pareggio?

Il vero tema secondo me è proprio nell’assenza di un progetto, che di conseguenza si trascina dietro l’assenza di un adeguato mercato e l’assenza di qualsiasi ambizione. A Napoli, il calcio è pane quotidiano e il Napoli è molto di più che una squadra. Il Napoli è riscatto, è speranza, è ambizione appunto. È tutto ciò in cui la gente crede, senza alcun filtro, senza alcuna distinzione di ogni sorta.

Ecco perché Napoli e i napoletani meritano di più, a partire da uno stadio all’altezza di una squadra europea. Ecco perché il vero mea culpa, l’unico e il solo, va fatto dalla società. Tutto il resto sono chiacchiere da bar sport, Sarri fa quel che può e i ragazzi in campo lo stesso, rischiando di perdere smalto e qualche volta pure lucidità.

Ma forse tutti noi avremmo dovuto accorgercene prima, con la cessione di Lavezzi e di Cavani. E ci ho pensato proprio ieri sera. Mentre noi arrancavamo un pareggino casalingo con la squadra di Zenga, il Psg veniva traghettato verso l’ennesima vittoria proprio da Cavani e Lavezzi, due dei nostri tre tenori di un Napoli da Champions che, francamente, vorrei tanto vedere, ma non vedo più.

Forza ragazzi, a voi dico non mollate mai. Fatelo per questa città.
A De Laurentiis dico: si faccia una domanda, forse anche più di una. Fare il presidente del Napoli non è come produrre un film. Fare il Presidente del Napoli non dovrebbe essere un lavoro.

Invece basta leggere i bilanci del Napoli per scoprire che è un secondo lavoro per lui e per la sua famiglia. Molto ben retribuito. Per me e per milioni di napoletani, qui e nel mondo, il Napoli è “tutta n’ata storia!”.

‪#‎ilNapoliAiNapoletani‬

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Sottoscrizione in favore della famiglia di Anatoly Korov

A Castello di Cisterna, un piccolo paesino della Provincia di Napoli, un uomo entra in un supermercato con la sua bambina, vede che è in corso una rapina e, dopo aver messo al sicuro la piccola, interviene per sventarla.  I due criminali non esitano a sparargli e lo uccidono. Uno straordinario gesto di coraggio e di senso civico, da parte di un inerme muratore.

Quanti lo avrebbero fatto al suo posto? In tanti la paura avrebbe preso il sopravvento e forse ancor di più un altro sentimento: l’indifferenza. Il solito “Chi me lo fa fare?” Invece questo giovane eroe, tanto coraggioso quanto sfortunato, ha scelto di reagire alla violenza e si è lanciato a difesa di un negoziante che probabilmente neppure conosceva. Non lo ha fatto per il negoziante, ma ha fatto molto di più: lo ha fatto per noi.

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Il suo coraggio è un grido: non si ruba, non si uccide, non si sfruttano gli altri. Ha gridato, a nome di tutti quelli che stanno zitti, che siamo stufi e che vogliamo poter vivere serenamente e senza paura. E’ caduto, per tutti noi. Ora, invece di parole –  i soliti paroloni da parte dei soliti professionisti del dolore, ovviamente altrui – credo sia giusto rispondere coi fatti, sostenendo la sua famiglia, concretamente.

Un’ultima cosa: Anatoly Korov era un muratore ucraino di 38 anni, venuto qui a lavorare onestamente con la moglie e i suoi tre figli, piccoli. Tre orfani cui resta un grande esempio. Sta a noi tenere accesa la luce su questa storia e farla diventare patrimonio del nostro Paese. Quando si parla di immigrazione, si parla anche di questo. Non dimentichiamolo.

Apro una sottoscrizione: “In memoria di Anatoly”. Chi vuole può effettuare un bonifico sul c/c n. 103052810, intestato all’Associazione senza scopo di lucro “Insieme”, presso Unicredit SpA – Agenzia Napoli Piazza Bovio, 22 (codice Iban: IT56E0200803475000103052810) oppure inviare un vaglia postale a questo indirizzo: Associazione Insieme – Via Calata San Marco, 13 – 80133 – Napoli, con la seguente causale: “In memoria di Anatoly”.

 

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Non c’è Italia senza Sud

Fa piacere sapere che tra le priorità del Governo indicate dal premier Renzi ci sia l’intenzione di focalizzare la lente dello sviluppo sulle politiche per il Mezzogirono. Essendo però ormai diversi anni che assistiamo a promesse simili, aspettiamo di vedere il contenuto di questo MasterPlan per il Sud, prima di lasciarci travolgere da facili entusiasmi.

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Le 15 realtà di cui parla Renzi condividono le stesse necessità: politiche industriali per sostenere il tessuto imprenditoriale e le produzioni del Sud, infrastrutture adeguate che favoriscano la circolazione delle merci, abbattimento del micidiale mix di burocrazia che ingessa le istituzioni e opprime i cittadini. Questo e tanto altro dev’essere fatto per il Mezzogiorno.

Senza il Sud il Paese non riparte. Non c’è Italia senza Sud.

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La crisi della Cina e il silenzio della politica

È triste notare come politica e informazione tendano a sottovalutare le questioni. Mi spiego. Una vecchia lezione di giornalismo insegna che un terremoto in un paese lontano, sia pure con migliaia di morti, attira molto meno l’attenzione di un piccolo fatto che si consuma sotto gli occhi dei lettori. Quindi, per vendere giornali (o fare share in tv), meglio concentrarsi su quest’ultimo.

Ammesso che il principio possa essere ancora valido al tempo della globalizzazione, questa logica non dovrebbe valere di fronte a eventi lontani i cui riflessi sono però destinati a consumarsi (anche) dalle nostre parti. In questi giorni, la crisi della borsa cinese viene affrontata, sulle pagine dei giornali e dalle tv, con un certo distacco e con un’evidente sottovalutazione della portata e degli effetti su di noi di quanto sta avvenendo. Per non parlare della politica, che appare del tutto inconsapevole dei riflessi e sta trattando la questione alla stregua del funerale di un parente lontano: cordoglio di circostanza e via….

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Eppure, dietro il crollo del mercato azionario asiatico, c’e’ l’esplosione della bolla immobiliare cinese, esattamente come era accaduto in America nel 2008. La differenza sta nel fatto che in America a creare la crisi era stato lo scellerato sistema di gestione dei cd. derivati e il forsennato ricorso al credito cui erano stati invogliati gli americani. In questo caso, il falò  sta invece divorando le risorse e i risparmi che centinaia di milioni di cinesi erano riusciti a mettere da parte negli ultimi 15 anni dopo che lo Stato aveva improvvisamente “aperto” al mercato e all’occidente.

Questo ha fatto si che fiumi di denaro – si stima 10.000 miliardi di dollari – siano stati convogliati dai nuovi ricchi e benestanti cinesi verso il mercato azionario per finanziare investimenti sempre più faraonici e grandiosi. Sappiamo come è andata a finire la crisi americana e, meglio di tutti, lo sanno coloro che da noi hanno perso il posto di lavoro, sono falliti e ancora oggi stentano a trovare una prospettiva per ripartire.

La risposta europea alla crisi finanziaria americana, infatti,  è stata quella di intervenire con una colossale opera di tagli (la cd. spending review) che ha finito per colpire soprattutto coloro che stanno indietro. Questo essenzialmente perché si è favorito un approccio contabile e finanziario di mero riequilibrio dei conti, a scapito di politiche di ripresa economica fondate sul sostegno all’impresa e alla produzione.

Se ora non si inizia a ragionare subito sugli effetti che questo nuovo tsunami scatenerà dalle nostre parti tra alcuni mesi, puntando ad attivare immediatamente interventi straordinari in favore dell’economia reale (e non quella cartacea), stavolta si resterà definitivamente travolti. E non si potrà certo dire che è stata colpa del destino cinico e baro…

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I sacrifici li facciano i “poteri forti”…

In questa calda domenica di fine agosto molti hanno goduto il mare o la montagna o, magari, sono andati in giro a scoprire le bellezze delle Città e dei borghi di questo straordinario Paese. È giusto e bello. Il riposo e le vacanze sono opportunità  di svago e di serenità, ma anche l’occasione per rinsaldare rapporti familiari o con gli amici, lontano dagli affanni della vita quotidiana.

Eppure, un sentimento come questo – in fondo così comune e normale – oggi viene quasi colpevolizzato. È una strana epoca la nostra. Di fronte agli orrori del mondo e  in presenza di una crisi economica che impatta nei suoi riflessi anche sulle vicende politiche e istituzionali, dai mass media e dalle Autorità ci arriva il messaggio che siamo noi ad essere “colpevoli”.

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Colpevoli  di aspirare al benessere, ad un lavoro stabile, al futuro sicuro per i nostri figli. E allora giù “pistolotti” a ricordare che altrove va peggio: dai racconti delle tragedie che si consumano (come a dire: in fondo voi potete mangiare, quindi non lamentatevi troppo…) sino al severo ammonimento che il posto fisso non c’è più e dunque occorre accontentarsi di una “sicura” precarietà.

Quasi che voler assicurare ai propri figli condizioni di vita migliori delle proprie sia diventato un peccato, per giunta grave. Io non lo credo e semmai penso che, di davvero grave,  oggi ci sia solo l’incapacità della politica, ma forse ancor di più della classe dirigente, di avere una visione strategica per far prosperare la propria comunità e di pensare che l’unica soluzione sia quella di tagliare.

Tagliare diritti, tagliare servizi, tagliare opportunità. Questa è solo la via più comoda per tenere in equilibrio i conti pubblici, non quella per assicurare una prospettiva di crescita e di sviluppo. E’ tempo di rivendicare alla politica l’impegno e la competenza per aiutarci ad essere felici, o tranquilli, anche perché dire sereni non è proprio così auspicabile!

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Sindaco di Napoli: ai nomi preferisco i programmi!

Ormai sono giorni che  i giornali sono pieni di pagine e pagine dedicate ai possibili candidati Sindaco di Napoli. Tutti fanno nomi, molti anche autorevoli, ma nessuno sembra minimamente interessato ai contenuti.

Il mio pensiero è un altro. Non si sprechino energie, animando il dibattito soltanto attorno al nome di qualcuno o, persino, contro qualcuno. Continuare per questa strada sarebbe uno sbaglio gravissimo.

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Chiedo invece che si parli di proposte e di programmi, concreti. Di quello che bisogna fare per questa città e soprattutto di come bisogna farlo.  Per una volta non si cerchi l’uomo solo al comando, il personaggio – o come purtroppo va di moda di questi tempi il “personaggetto” – capace, con un colpo di bacchetta magica, di rivoltare Napoli.

I napoletani, e i campani, ci sono cascati molte volte e, puntualmente, sono rimasti “delusi e confusi”. Almeno stavolta cominciamo a guardare meno al nome e facciamo attenzione alle proposte e ai programmi.

Per questo immagino una sola regola, ma inderogabile: chi vuole mettersi in gioco deve presentare un programma preciso e definito, nel quale sia chiaro anche il “come e il quando” realizzare le cose che si propongono.

Sarà l’unico modo per smascherare, in tempo,  gli incantatori dalle facili promesse. Perché non è certo di quel  “fumo negli occhi” che ha bisogno una città – la mia Città – così dolente e ferita, innanzitutto per la colossale incapacità e indifferente mediocrità della sua classe dirigente.

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Il Sud e il Festival di Sanremo

 

 

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Il fiorire di commenti sulla crisi del Sud in occasione della pubblicazione di rapporti sull’andamento dell’economia, dell’impresa o del lavoro mi fa sempre venire in mente il Festival di Sanremo e una canzone: “Fiumi di parole”. Tutte uguali, sempre uguali. A volte mi viene da pensare che siano state scritte da uno soltanto, per tutti, e una volta per tutte, e che poi vengano tirate fuori per l’occasione, un po’ come si fa con certi cibi in freezer quando non si ha voglia di preparare la cena. E mi domando: ma queste lacrime sulle condizioni del Mezzogiorno sgorgano soltanto quando si leggono i rapporti? Cito a casaccio e alla rinfusa soltanto qualcuno dei “fatti notori” più recenti che stanno contribuendo a quei dati e sui quali abitualmente si tace: aumento dello squilibrio nel rapporto dei finanziamenti per investimenti in infrastrutture e logistica tra Nord e Sud; riduzione della quota di finanziamento nazionale sui fondi europei per le regioni del Sud; criteri penalizzanti per il Mezzogiorno nel riparto delle risorse per servizi alle persone (sanità, scuola, ecc); ulteriore rarefazione della presenza industriale delle grandi imprese e soprattutto totale assenza di politiche programmatorie a sostegno del tessuto produttivo e dell’economia. Né giova alla causa a del Sud la dietrologia della lamentela. Infatti, è difficile negare che le condizioni di oggi sono innanzitutto il frutto di una classe politica inadeguata. Quella, di gran lunga migliore, di quarant’anni fa, che ebbe il torto di scegliere la strada comoda della spesa corrente per sostenere l’economia delle nostre Regioni. Quella di oggi, che non è in grado neppure di compiere una qualsiasi scelta, tanto da essere praticamente scomparsa dalla scena nazionale (ad essere cattivi, direi che però è quasi meglio così). Né merita migliore considerazione la cosiddetta classe dirigente meridionale: nel migliore dei casi se ne infischia, tanto che a dare una mano – per davvero e non per “incarico” personale – non ci pensa neppure. E, a mio avviso, la più grave responsabilità del Mezzogiorno verso se stesso sta proprio nel crogiolarsi della propria decadenza e non muovere un dito quando, giorno dopo giorno, si creano le condizioni per nuove difficoltà e nuovi disagi.

 

Eppure qualcosa si deve fare. Io mi vorrei ispirare a Massimo Troisi: almeno tre cose si possono fare.

 

Primo: intervenire sulle politiche di gestione della spesa pubblica. Il New Deal rooseveltiano poggiò le sue basi sulla grande scommessa della leva moltiplicatrice della ricchezza rappresentata dalle opere pubbliche. L’era della Merkel rende oltremodo complicato replicare oggi quel fortunato modello (il che, a mio avviso, è un gravissimo errore). Nondimeno, uno Stato capace di fare politiche industriali e dello sviluppo dovrebbe comunque essere in condizione di superare la logica ragioneristica e negoziare con l’Europa una “moratoria”, per 7 anni (esattamente la durata di un ciclo della programmazione europea), per ottenere: la sospensione per le aree del Sud delle regole bizantine di spesa dei fondi europei, del divieto di aiuti di Stato per le aziende e delle regole di accesso al credito; l’autorizzazione allo sforamento dei tetti nazionali e locali per le spese di investimento destinate a queste aree del Paese; la creazione di vere (cioè, con adeguata dotazione finanziaria, non quelle finte degli ultimi anni) zone franche doganali, in corrispondenza dei cinque grandi porti del Sud (Napoli, Salerno, Bari, Gioia Tauro e Palermo).

 

Secondo: intervenire sul sistema burocratico. Non penso ad una riforma della P.A. (men che mai quella, del tutto inutile, in discussione in Parlamento in questi mesi), ma ad un strumento straordinario. Occorre eliminare la logica del “pedaggio”. Oggi qualunque atto autorizzatorio, in particolare dalle nostre parti, transita per molteplici scrivanie, dietro le quali ci sono seduti signori che esaminano le richieste (quando lo fanno e se lo fanno) con la logica del “nonsipuotismo”. Il loro vero lavoro, cioè, è “scoprire”, nelle pieghe di leggi e regolamenti, le ragioni per le quali quella tale richiesta non si può accogliere o meglio non si potrebbe ma…Intendiamoci, quasi mai pretese illegali: parlerei piuttosto di “certificazione della propria esistenza in vita”, sotto forma di richieste di integrazioni, chiarimenti. Col risultato che ad esempio, per una banale licenza edilizia, da noi occorre quattro volte il tempo che altrove. Sostituiamo allora le autorizzazioni preventive con i controlli successivi, ispirati alla logica del “chi sbaglia, paga”. Uno comunica alla P.A. che cosa intende fare (ovviamente nel rispetto delle leggi) e può farlo. Poi mandiamo per strada le legioni di dipendenti pubblici, impiegandoli a controllare quello che è stato fatto piuttosto che a rallentare quello che cittadini e imprese chiedono di fare. Ci saranno degli abusi e anche degli imbrogli, forse, ma qualcuno può davvero dire che non succede già oggi così?

 

Terzo: dare vita un patto per il lavoro ispirato all’efficientamento dell’organizzazione del lavoro, attraverso la riscrittura coi sindacati delle regole della contrattazione collettiva (non dei contratti individuali). Il contratto collettivo nazionale deve fornire solo regole generali e cornice, mentre occorre sostenere la contrattazione  di prossimità e di rete e accompagnarla con un sistema di incentivi legati non tanto alle nuove assunzioni, quanto piuttosto all’incremento della capacità di produzione.

 

Infine, un auspicio più che un precetto, stavolta valevole per tutto il Paese (ma al Sud più urgente che altrove): cambiare le regole della rappresentanza. Invece di insistere con quelle sulla incandidabilità (tanto poi va finire come con De Luca e De Magistris), stabilire, per legge, un limite ai mandati elettivi (due, massimo tre) e, soprattutto, imporre un principio: chiunque si candidi a ricoprire qualsiasi ruolo, non può farlo senza indicare prima idee, squadra, progetti e programma. Così, tanto per dare finalmente contenuti a facce sorridenti, roll up a caratteri cubitali e slides luccicanti.

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A. A. A. Cercasi capitano per Nave Italia

Sono ormai numerosi gli esempi di esponenti della società civile che, per sopperire alle mancanze della classe politica, si fanno carico del malcontento dei cittadini per attirare l’attenzione del governo e dei media.

Da #RomaSonoIo, provocatoria proposta di Alessandro Gassman che invita i suoi concittadini a munirsi di scopa e paletta per spazzare via, almeno un in superfice, il degrado a cui è abbandonata Roma, alla lettera di Roberto Saviano, scritta in seguito ai disarmanti dati del Rapporto Svimez, in cui incita Renzi a prendere provvedimenti che favoriscano la ripresa del Sud, all’appello del Cardinal Sepe, che chiede al governo di non lasciare solo il Mezzogiorno.

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Quando gli amministratori si barricano nei palazzi del potere tanto da perdere completamente il contatto con gli amministrati e ignorano i lori problemi nascondendo tutto sotto giganteschi tappeti che hanno la forma di slogan, vacue promesse e rassicurazioni c’è da fermarsi un attimo e ragionare.

 

I mezzi di informazione, i rapporti, gli studi continuano a inviarci fotografie di un’Italia sempre più sofferente e mal governata. Non lasciamo andare alla deriva il nostro Bel Paese! L’equipaggio è pronto a fare tutto il possibile, manca solo un capitano che prenda saldamente in mano il timone e ci scorti fuori dalla tempesta.

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