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Sud, disabili e campi da golf

Questa è una storia di reiterata follia e cinismo. Senza dubbio spostarsi su di una sedia a rotelle per le strade delle nostre città può risultare meno “gradevole” del muoversi a bordo di una golf car su di un bel prato all’inglese. Anche per questo, secondo voi, per che cosa le Istituzioni dovrebbero spendere di più? Non ci sarebbe neppure da pensarci su. 

Invece no. Per il il golf 97 milioni di euro, per i disabili solo 75. Anzi. Si fa di peggio. I soldi del Fondo dei disabili sono erogati in modo squilibrato, ovviamente a danno del Sud. E, quando ci si prova a riequilibrare le cose, il Pd si schiera contro e il M5s si astiene, per un ordine di scuderia, partito forse senza neppure sapere esattamente cosa stavano votando.

È accaduto l’ultima volta l’8 febbraio. I parlamentari del PD, all’unanimità, hanno respinto un emendamento di Mara Carfagna, deputato di Forza Italia, e degli altri deputati del centrodestra, che aveva proposto una distribuzione delle risorse del Fondo per le non auto-sufficienze maggiormente equilibrata e solidale e in particolare di aumentare quelle per il trasporto e l’assistenza scolastica dei ragazzi disabili, senza neppure chiedere di variare la spesa complessiva.

Disabili

Per giunta, gli attuali criteri di riparto del Fondo prevedono che il 60% delle somme venga assegnato ai Comuni considerando la spesa storica da loro sostenuta per questa “voce” nell’anno precedente, mentre soltanto il restante 40% viene distribuito tenendo conto del numero dei disabili residenti nel vari territori. 

Dietro questa apparente logica matematica si consuma una profonda ingiustizia ai danni del Sud. Infatti, i Comuni del Mezzogiorno sono notoriamente privi di fondi da molti anni e quindi spendono molto meno anche per i disabili. E così, attribuendo ogni anno il 60% delle somme disponibili a chi ha speso di più l’anno precedente, il solco si allarga sempre di più. Cioè, chi ha già di meno riceve di meno e può fare ogni anno sempre di meno.

Questa storia per dire cosa? Lasciamo perdere i proclami, i blog, le conferenze stampa con i cartelloni pieni di cifre e di promesse e guardiamo ai fatti. E i fatti sono anche questi. Un esempio, forse banale, per spiegare come noi stiamo intendendo la politica in questo difficile momento, come stiamo agendo per il Sud, per le nostre comunità, per la nostra gente, per una maggiore consapevolezza nelle scelte.

E quello che invece accade spesso, per cinismo o incompetenza.

#LeParoleEiFatti

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Viaggiare (In)sicuri – Segnalazione ‘Discutiamone #Insieme’

Come ogni giorno, siamo nel sottopassaggio della stazione “Museo” della Linea 1 della Metropolitana di Napoli. La stazione è attraversata quotidianamente da migliaia di passeggeri. Oltre alla “tradizionale” carenza di treni che comporta attese finanche oltre i 14 minuti, ciò che preoccupa maggiormente sono gli evidenti danni di natura strutturale e tecnica, che mettono a rischio la sicurezza dei passeggeri. Un esempio? Obliteratrici e tornelli fuori uso da mesi (impossibilità nell’obliterare il titolo di viaggio) con conseguente evasione.

Obliteratrici

Obliteratrici fuori uso

Ancora? Sicurezza zero! Pur in presenza di telecamere, il gabbiotto con i vari schermi che riflettono le immagini è sempre impresenziato, completamente abbandonato a se stesso, così da rendere impossibile in caso di pericolo l’intervento risolutore di un addetto.

Gabbiotto

Gabbiotto impresenziato

Pensate sia finita? Magari… altra pecca è la manutenzione. Per i passeggeri conta poco se la loro stazione “Toledo” sia stata definita dai media: “La più bella d’Europa”. Quando poi ce ne sono altre, nella fattispecie la stazione “Museo”, in cui si assiste a gocciolamenti d’acqua dalle tabelle elettroniche che allertano i passeggeri delle diverse misure di sicurezza.

Gocciolamento

Gocciolamento d’acqua dalle tabelle

La pagina “Discutiamone #Insieme” denuncia tali carenze, con l’auspicio di immediati interventi e controlli, che garantiscano un servizio più dignitoso e sicuro.

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La mercificazione del bisogno

Egr. Prof. Severino Nappi

Mi chiamo Bruno e sono uno di quei disoccupati che ha incontrato durante il suo mandato in Regione Campania. Mi rivolgo a Lei perché, mentre ormai risulta evidente l’impossibilità di un dialogo “diretto” con le istituzioni, qualcosa è cambiato di nuovo e io e i miei ex-colleghi, non essendo inseriti in gruppi organizzati né in bacini di utenza privilegiati, ma essendo dei semplici disoccupati di lungo periodo, ci ritroviamo di nuovo in balìa di quel ricatto che fa leva sul nostro disagio principale: la DISOCCUPAZIONE. La nostra DISOCCUPAZIONE, per l’appunto, sembra essere sempre di più interpretata come una merce che, per alcuni, è diventato opportuno e conveniente coltivare e alimentare. Nel tentativo di trovare una qualsiasi soluzione, abbiamo da poco aderito a quel programma che voi chiamavate “Ritorno al lavoro”, oggi rinominato “Ricollocami”, e ci troviamo a riconoscere che le aspettative che potenzialmente poteva suscitare sono andate scemando sempre di più.

La lettura del “Piano di gestione attuativa”, pubblicato sul BURC, evidenzia da subito una marcata attenzione verso gli strumenti che si rappresenta essere deputati all’accompagnamento, alla ricollocazione e alla necessità di potenziare/finanziare questi ultimi – nel caso di specie i centri per l’impiego – qualcuno di noi ha immediatamente pensato che l’obiettivo fosse da ricercare in un unico termine: appalti.

Quella che per noi appariva come una “complessa strutturazione di frasi”, ci ha illustrato solo la necessità di rafforzare gli investimenti diretti alle tasche delle strutture pubbliche e private coinvolte e alla necessità di giustificare nuove assunzioni nei centri per l’impiego. Di effettiva volontà di cercare strategie concretamente indirizzate a ricollocarCi: NIENTE!!! Non curando chi di noi riteneva che gli eventuali BANDI potessero essere “cuciti addosso ad alcuni”, abbiamo cominciato a monitorare le pubblicazioni ufficiali con speranza fino a quando le nostre aspettative si sono esaurite per l’inutilità della ricerca. Per dirne una: sul BURC abbiamo trovato la “Approvazione Avviso per Manifestazione di interesse partecipazione a Percorsi formativi per Tecnico di accompagnamento alla individuazione e messa in trasparenza delle competenze e Tecnico della pianificazione e realizzazione di attività valutative”. Per noi, nulla di nuovo: la manifestazione di interesse per i “Percorsi Formativi” sembra essere destinata solo a chi può dimostrare di essere già “formato” (con esperienza di 5 anni negli ultimi dieci anni). Le cifre ammesse sembrano riportare fedelmente quelle proposte dal “Piano di gestione”. Qualcuno ha pensato che fosse un modo per “sistemare” nel pubblico qualche affiliato a qualche sindacato, visto l’intimo legame di questi con le APL, e garantirsi quindi una sostanziosa merce di scambio sotto campagna elettorale oltre a una maggiore possibilità di controllo e gestione del fenomeno DISOCCUPAZIONE… saranno dei semplici malpensanti?

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Abbiamo in ogni caso tentato di trovare una qualche utilità nelle altre misure adottate e, come ormai da consuetudine, l’unica utilità che ne abbiamo riscontrato è la materializzazione del ricatto anche morale al quale ormai, viste le necessità, dobbiamo sottostare: i soldi, seppur pochi meglio che niente, a fine corsi. Nel giugno dell’anno, su “Il Velino.it”, il neo-governatore (ri)presentava Garanzia Giovani come fosse una novità. Mi chiedevo ironicamente dove fosse stato fino ad allora visto Garanzia Giovani era partito già da qualche tempo. Tra quelle che rappresentava come “le novità” De Luca ripresentò anche Garanzia Over. La cosa mi ridiede la speranza di immaginare almeno la possibilità di poterci proporre e di dimostrare al mondo del lavoro, quello vero, che eravamo ancora validi. Apprezzai tantissimo quel “non ci sarà bisogno di alcun mediatore politico.”  A fatti, invece, le candidature per le offerte di lavoro possono essere operate solo dai CPI e dalle APL!!! È mancata quindi quella che lo stesso De Luca ha definito essere la liberazione “delle politiche sociali da clientele politiche”, che invece a fatti hanno assunto più precisamente la forma di “clientele sindacali”. I CPI sembra non leggano neanche i cv della “merce” trattata perché, a dire dei funzionari di uno di questi, hanno avuto disposizione di favorire prima “i soliti violenti”. Le APL, per ciò che concerne le candidature a Garanzia Over, ne sembrano addirittura terrorizzate!!! Garanzia Over sembra essere un potenziale limite alla quantità di “merce” da poter utilizzare per giustificare e alimentare il business di una formazione fine a sé stessa (i corsi retribuiti).

Senza perderci di coraggio abbiamo allora indirizzato la nostra attenzione sul discorso Voucher monitorando i bandi delle Amministrazioni Locali. Ogni offerta sembra destinata ai soliti gruppi di disoccupati violenti, sindacalizzati e quindi privilegiati: le offerte pubblicate dai bandi, non ultima quella del Comune di Napoli, a differenza di quanto descritto dal regolamento, relegano l’accesso alla misura ai soli residenti e probabilmente, come dice Attilio, mio “collega disoccupato”, il motivo sta nel fatto che, chi non è residente, non può votare alle elezioni amministrative (altra forma di mercificazione?).

L’utilizzo di una formazione da utilizzare come sostituta di uno sterile e gratuito assistenzialismo risulta essere gradita ai più di questi gruppi organizzati (spesso esercenti di attività del mercato nero) a discapito nostro e di chi come noi vorrebbe la possibilità di immaginare una società dove il riconoscimento dei diritti non debba passare dalla manifestazione di azioni violente o in ogni caso illegali. A nome mio e dei miei ex colleghi nel lavoro e gli attuali nella disoccupazione, vista la cecità e l’irresponsabilità dell’attuale amministrazione regionale, Le chiedo di interessarsi ancora a noi come già fatto in precedenza e di individuare, se Le è possibile, delle eventuali soluzioni/strategie finalizzate alla cura e non alla gestione strumentale del nostro male.

Bruno il disoccupato e i suoi amici… disoccupati.

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Vaccini, quote rosa e libero arbitrio

Due questioni, apparentemente distinte e distanti, dimostrano uno dei tanti sbagli che compie questo Paese. Mi spiego. Secondo me, i bambini vanno vaccinati. Mia moglie ed io abbiamo scelto di farlo con nostra figlia. Un’altra cosa. Ci sono ancora troppe poche donne in politica, come nei ruoli apicali pubblici e privati del mondo del lavoro. Per questo io, nel mio piccolo, ho deciso, come tanti, di dare il mio “contributo” a questa battaglia di civiltà, scegliendo spesso di lavorare con donne. Detto questo, veniamo al punto, che è lo stesso, nonostante sembrino appunto due temi distinti e distanti: di fronte a questioni che dovrebbero essere affrontate con il principio della libera scelta, questo Paese decide sempre di rifugiarsi in una legge che le risolva, “liberandoci” dal peso di dover scegliere, di dover decidere.

Arbitrio

E così ci troviamo una legge assurda che ci impone le “quote rosa” in qualsiasi consultazione elettorale, quasi ad incombere come una minaccia. Ma perché le donne, molto spesso e su molti temi, più brave, sensibili e preparate degli uomini, devono avere una specie di riserva indiana che al tempo stesso non le preserva dal rischio di partecipare come semplici riempilista? Al tempo stesso, perché in Italia non siamo in grado di capire da soli che ci sono condizioni e ambienti in cui noi, i nostri figli, i nostri anziani genitori, possono contrarre malattie debellabili con un semplice vaccino e dobbiamo anche qui arrivare alle imposizioni? Ci riempiamo la bocca della parola democrazia, contestiamo le imposizioni di qualsiasi genere, ma nei fatti, quando queste arrivano davvero e limitano la nostra libertà di scelta, chiniamo la testa o ce la caviamo gridando allo scandalo. Senza mai ricordarci che uno strumento per evitare imposizioni lo abbiamo dentro di noi: il libero arbitrio e il buonsenso. Che serve proprio a impedire che strafottenza e cattive condotte da parte di molti, impongano regole che costringano tutti in camice di forza…

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