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La mercificazione del bisogno

Egr. Prof. Severino Nappi

Mi chiamo Bruno e sono uno di quei disoccupati che ha incontrato durante il suo mandato in Regione Campania. Mi rivolgo a Lei perché, mentre ormai risulta evidente l’impossibilità di un dialogo “diretto” con le istituzioni, qualcosa è cambiato di nuovo e io e i miei ex-colleghi, non essendo inseriti in gruppi organizzati né in bacini di utenza privilegiati, ma essendo dei semplici disoccupati di lungo periodo, ci ritroviamo di nuovo in balìa di quel ricatto che fa leva sul nostro disagio principale: la DISOCCUPAZIONE. La nostra DISOCCUPAZIONE, per l’appunto, sembra essere sempre di più interpretata come una merce che, per alcuni, è diventato opportuno e conveniente coltivare e alimentare. Nel tentativo di trovare una qualsiasi soluzione, abbiamo da poco aderito a quel programma che voi chiamavate “Ritorno al lavoro”, oggi rinominato “Ricollocami”, e ci troviamo a riconoscere che le aspettative che potenzialmente poteva suscitare sono andate scemando sempre di più.

La lettura del “Piano di gestione attuativa”, pubblicato sul BURC, evidenzia da subito una marcata attenzione verso gli strumenti che si rappresenta essere deputati all’accompagnamento, alla ricollocazione e alla necessità di potenziare/finanziare questi ultimi – nel caso di specie i centri per l’impiego – qualcuno di noi ha immediatamente pensato che l’obiettivo fosse da ricercare in un unico termine: appalti.

Quella che per noi appariva come una “complessa strutturazione di frasi”, ci ha illustrato solo la necessità di rafforzare gli investimenti diretti alle tasche delle strutture pubbliche e private coinvolte e alla necessità di giustificare nuove assunzioni nei centri per l’impiego. Di effettiva volontà di cercare strategie concretamente indirizzate a ricollocarCi: NIENTE!!! Non curando chi di noi riteneva che gli eventuali BANDI potessero essere “cuciti addosso ad alcuni”, abbiamo cominciato a monitorare le pubblicazioni ufficiali con speranza fino a quando le nostre aspettative si sono esaurite per l’inutilità della ricerca. Per dirne una: sul BURC abbiamo trovato la “Approvazione Avviso per Manifestazione di interesse partecipazione a Percorsi formativi per Tecnico di accompagnamento alla individuazione e messa in trasparenza delle competenze e Tecnico della pianificazione e realizzazione di attività valutative”. Per noi, nulla di nuovo: la manifestazione di interesse per i “Percorsi Formativi” sembra essere destinata solo a chi può dimostrare di essere già “formato” (con esperienza di 5 anni negli ultimi dieci anni). Le cifre ammesse sembrano riportare fedelmente quelle proposte dal “Piano di gestione”. Qualcuno ha pensato che fosse un modo per “sistemare” nel pubblico qualche affiliato a qualche sindacato, visto l’intimo legame di questi con le APL, e garantirsi quindi una sostanziosa merce di scambio sotto campagna elettorale oltre a una maggiore possibilità di controllo e gestione del fenomeno DISOCCUPAZIONE… saranno dei semplici malpensanti?

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Abbiamo in ogni caso tentato di trovare una qualche utilità nelle altre misure adottate e, come ormai da consuetudine, l’unica utilità che ne abbiamo riscontrato è la materializzazione del ricatto anche morale al quale ormai, viste le necessità, dobbiamo sottostare: i soldi, seppur pochi meglio che niente, a fine corsi. Nel giugno dell’anno, su “Il Velino.it”, il neo-governatore (ri)presentava Garanzia Giovani come fosse una novità. Mi chiedevo ironicamente dove fosse stato fino ad allora visto Garanzia Giovani era partito già da qualche tempo. Tra quelle che rappresentava come “le novità” De Luca ripresentò anche Garanzia Over. La cosa mi ridiede la speranza di immaginare almeno la possibilità di poterci proporre e di dimostrare al mondo del lavoro, quello vero, che eravamo ancora validi. Apprezzai tantissimo quel “non ci sarà bisogno di alcun mediatore politico.”  A fatti, invece, le candidature per le offerte di lavoro possono essere operate solo dai CPI e dalle APL!!! È mancata quindi quella che lo stesso De Luca ha definito essere la liberazione “delle politiche sociali da clientele politiche”, che invece a fatti hanno assunto più precisamente la forma di “clientele sindacali”. I CPI sembra non leggano neanche i cv della “merce” trattata perché, a dire dei funzionari di uno di questi, hanno avuto disposizione di favorire prima “i soliti violenti”. Le APL, per ciò che concerne le candidature a Garanzia Over, ne sembrano addirittura terrorizzate!!! Garanzia Over sembra essere un potenziale limite alla quantità di “merce” da poter utilizzare per giustificare e alimentare il business di una formazione fine a sé stessa (i corsi retribuiti).

Senza perderci di coraggio abbiamo allora indirizzato la nostra attenzione sul discorso Voucher monitorando i bandi delle Amministrazioni Locali. Ogni offerta sembra destinata ai soliti gruppi di disoccupati violenti, sindacalizzati e quindi privilegiati: le offerte pubblicate dai bandi, non ultima quella del Comune di Napoli, a differenza di quanto descritto dal regolamento, relegano l’accesso alla misura ai soli residenti e probabilmente, come dice Attilio, mio “collega disoccupato”, il motivo sta nel fatto che, chi non è residente, non può votare alle elezioni amministrative (altra forma di mercificazione?).

L’utilizzo di una formazione da utilizzare come sostituta di uno sterile e gratuito assistenzialismo risulta essere gradita ai più di questi gruppi organizzati (spesso esercenti di attività del mercato nero) a discapito nostro e di chi come noi vorrebbe la possibilità di immaginare una società dove il riconoscimento dei diritti non debba passare dalla manifestazione di azioni violente o in ogni caso illegali. A nome mio e dei miei ex colleghi nel lavoro e gli attuali nella disoccupazione, vista la cecità e l’irresponsabilità dell’attuale amministrazione regionale, Le chiedo di interessarsi ancora a noi come già fatto in precedenza e di individuare, se Le è possibile, delle eventuali soluzioni/strategie finalizzate alla cura e non alla gestione strumentale del nostro male.

Bruno il disoccupato e i suoi amici… disoccupati.

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I sacrifici li facciano i “poteri forti”…

In questa calda domenica di fine agosto molti hanno goduto il mare o la montagna o, magari, sono andati in giro a scoprire le bellezze delle Città e dei borghi di questo straordinario Paese. È giusto e bello. Il riposo e le vacanze sono opportunità  di svago e di serenità, ma anche l’occasione per rinsaldare rapporti familiari o con gli amici, lontano dagli affanni della vita quotidiana.

Eppure, un sentimento come questo – in fondo così comune e normale – oggi viene quasi colpevolizzato. È una strana epoca la nostra. Di fronte agli orrori del mondo e  in presenza di una crisi economica che impatta nei suoi riflessi anche sulle vicende politiche e istituzionali, dai mass media e dalle Autorità ci arriva il messaggio che siamo noi ad essere “colpevoli”.

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Colpevoli  di aspirare al benessere, ad un lavoro stabile, al futuro sicuro per i nostri figli. E allora giù “pistolotti” a ricordare che altrove va peggio: dai racconti delle tragedie che si consumano (come a dire: in fondo voi potete mangiare, quindi non lamentatevi troppo…) sino al severo ammonimento che il posto fisso non c’è più e dunque occorre accontentarsi di una “sicura” precarietà.

Quasi che voler assicurare ai propri figli condizioni di vita migliori delle proprie sia diventato un peccato, per giunta grave. Io non lo credo e semmai penso che, di davvero grave,  oggi ci sia solo l’incapacità della politica, ma forse ancor di più della classe dirigente, di avere una visione strategica per far prosperare la propria comunità e di pensare che l’unica soluzione sia quella di tagliare.

Tagliare diritti, tagliare servizi, tagliare opportunità. Questa è solo la via più comoda per tenere in equilibrio i conti pubblici, non quella per assicurare una prospettiva di crescita e di sviluppo. E’ tempo di rivendicare alla politica l’impegno e la competenza per aiutarci ad essere felici, o tranquilli, anche perché dire sereni non è proprio così auspicabile!

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L’insegnamento del giudice

L’intervista di oggi sul Corriere della Sera del procuratore della Repubblica di Palermo, Francesco Lo Voi, rappresenta, almeno per me, una straordinaria e positiva lezione a questo Paese e a tutti quelli che si interessano, a vanvera, dei rapporti tra politica e magistratura.

Il procuratore, con chiarezza, ha detto che la politica, in questa Italia così mediocre, cerca nella magistratura, in positivo e in negativo, una giustificazione per le proprie azioni. Ed è la verità. Fateci caso: in Campania, Vincenzo De Luca, un condannato e plurindagato, si vuole candidare a tutti i costi e, nonostante evidenti ragioni (se non altro) di inopportunità, nessuno lo ferma. Salvo poi affidare ai giudici la soluzione tecnica che gli consenta di governare, peraltro in attesa della decisione (di altri giudici) sulla costituzionalità della “legge Severino”.

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In Sicilia, Lucia Borsellino, figlia  dell’indimenticato Paolo, si dimette da assessore regionale alla sanità per contrasti sulla “gestione” della materia con il presidente Crocetta e, per venti giorni, nessuno si chiede perché (lo stesso procuratore ha detto: “dimissioni trattate come polvere infilata sotto il tappeto”). Poi, “esce fuori” che ci sono intercettazioni (e qui poco importa quali esse siano) di presunti contrasti tra i due e, per questa stessa ragione, si chiedono le dimissioni a Crocetta (che sino a qualche giorno prima veniva peraltro considerato pure un campione dell’antimafia).

Ancora. Maurizio Lupi, senza essere neppure indagato, nei mesi scorsi viene citato in alcune intercettazioni telefoniche relative ad un’inchiesta su appalti all’Expo di Milano e, per ragioni di opportunità, invitato a dimettersi, mentre, per molti altri parlamentari e membri del Governo, persino indagini avanzatissime sono insufficienti a far avanzare la medesima richiesta.

Insomma, la magistratura e i suoi provvedimenti sono diventati un alibi e uno strumento di lotta politica. A che prezzo? Lo svilimento delle Istituzioni, il crollo della fiducia dei cittadini in chi amministra la cosa pubblica e, soprattutto, la totale precarietà dell’azione istituzionale. Infatti, di fronte a questo stato di cose, è evidente che chiunque ricopra un ruolo pubblico è esposto al rischio di essere travolto al primo stormire di foglie giudiziarie.

Sarà solo la convenienza del momento a decretarne poi la morte o la sopravvivenza, politica s’intende. Ma questo varrà per il destino del singolo, non certo per le Istituzioni. Infatti, i cittadini non hanno più il tempo (e ancor di più la voglia) di verificare chi è il destinatario di un’indagine o di un avviso di garanzia. Per esempio cosa ha fatto nella vita, se è una persona che ha un lavoro da cui viene, e un lavoro a cui tornare terminata la stagione politica. Insomma, distinguere, caso per caso,  come si fa nella vita “normale”.

Invece no. Tutti colpevoli. A prescindere. E poi alcuni salvati, se conviene al potere. Naturalmente, tutto questo giova proprio agli affaristi, ai corrotti, ai mediocri e ai trafficoni della politica, privi di contenuti e che non hanno nulla da perdere, dignità compresa. Questi signori giocano la loro partita e, per uno che cade, altri ce la fanno a continuare i loro “affari”.

In fondo, se la magistratura li arresta – e quel giudizio è irrevocabile indipendentemente dagli esiti dell’inchiesta di turno – potranno sempre raccontare di essere anche loro vittima di un errore giudiziario. Tanto nessuno si preoccuperà di controllare se è vero o no. Insomma, povera Italia, povera politica e viva le persone serie e coraggiose come Lo Voi.

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La Grecia e il popolo sovrano

Oggi l’Europa – e non solo – trattiene il respiro. Cosa sceglieranno i greci col referendum sull’accordo con l’Unione Europea? I giornali e le tv sono pieni di scenari e di analisi, quasi tutti ispirati al peggio, e a previsioni a fosche tinte sul futuro di quel popolo.

Non mi voglio iscrivere al dibattito diviso tra coloro che pensano che il sì al referendum sia l’anticamera per la dissoluzione dell’euro, cui dovrebbe seguire lo sfascio dell’economia dei nostri Paesi, e quelli che descrivono la giornata di oggi come l’occasione per dare un calcio, senza rischi, ai banchieri e ai poteri forti.

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Ma qualcosa sento di dirla: gli equilibri economici e finanziari della Grecia sono davvero fragilissimi e l’economia di quel Paese è realmente appesa ad un filo. Le banche che restano chiuse e le imprese che mettono in vacanza i propri dipendenti per non pagare gli stipendi o perché non sanno che succederà a partire da lunedì non sono certo un segnale positivo. L’autodeterminazione di un popolo non si può consumare solo in uno sfogo di pancia contro tecnocrati ottusi e cinici, se non altro perché dopo la sbornia di una soddisfazione restano i fatti, e qui i fatti sono tanti e pesanti.

Del resto, ho ancora negli occhi le immagini di certi personaggi pubblici che pochi mesi fa festeggiavano Tsipras come il liberatore di un popolo e il leader di un paese fratello e oggi si scansano perché hanno visto in casa d’altri quello che potrebbe accadere pure altrove: gli slogan da soli non bastano e, accanto all’improvvisazione e all’estro, ci vuole anche competenza, solidità di proposte e visione strategica.

Però, al tempo stesso e (permettetemi), forse ancor di più, mi chiedo come si possa restare indifferenti di fronte al dramma quotidiano che, ormai da alcuni anni, si consuma in molte milioni di famiglie della Grecia e d’Europa. La possibilità o meno di mettere il piatto a tavola non è un argomento che si possa liquidare con raffinate analisi o concetti astratti: è la differenza tra la serenità (almeno dell’oggi) e la disperazione.

E a chi è disperato non puoi dire, con aria seccata, che i conti sono cose serie e da persone istruite e che chi protesta la smettesse di disturbare il manovratore. Bisogna avere il coraggio di dire la verità: le ricette di questi anni non hanno fatto ripartire l’economia e i tagli, orizzontali e orientati al basso, non bastano e non possono bastare.

Quello che di certo è accaduto è che tanti stanno peggio di ieri e non c’è controprova che starebbero ancora peggio se le draconiane misure di taglio dei servizi e di trasferimenti alle amministrazioni locali non fossero state messe in campo con metodica pervicacia dalle Istituzioni europee e di conseguenza dai governi nazionali.

Continuare lungo quella strada non è accettabile, indipendentemente dalla vicenda di Atene. La strada delle riforme può condurre ad una ripresa se è quella delle riforme fatte per davvero e con qualità, innanzitutto dialogando e spiegando il perché delle scelte, e accettando suggerimenti e proposte.

I territori ripartono se offri alle imprese e ai cittadini una prospettiva reale, non se metti le mani in tasca alle persone e magari con quello che trovi paghi la sterile conservazione dell’assetto degli interessi piccoli e grandi di ogni Paese. Non so come andrà a finire domani in Grecia, però so quello che vorrei: la consapevolezza, negli organi di governo dell’Ue e dei singoli Stati, che “popolo sovrano” non è uno slogan scolorito o patrimonio degli estremisti e degli sterili protestatori.

Ma rappresenta il faro dell’azione politica cui sono chiamati ad ispirare la propria azione tutti quelli che hanno responsabilità pubbliche. Un solo esempio. Non credo proprio  che la crisi di questi anni sia peggiore di quella che visse l’Europa e il Mondo all’indomani della fine della seconda guerra mondiale. Eppure una classe dirigente che aveva visione e strategia, non solo tattica e mezzucci, seppe traghettare un popolo ferito verso una stagione felice e laboriosa.

Quegli uomini – e per me vale su tutti l’esempio di Alcide De Gasperi – si assunsero responsabilità, dissero dei si e molti no, spiegarono al Paese dove lo volevano condurre, rivendicarono con coraggio e orgoglio anche la dignità nazionale e fecero. Soprattutto fecero, assumendosi la responsabilità delle loro scelte. Ecco, di questo c’è bisogno e con questo metro si inizi a misurare l’azione politica. Quanto ai greci, resto convinto che il loro destino è il nostro destino. Da lunedì, comunque vada, cambia l’approccio: al tavolo del nostro destino, accanto ai tecnocrati, siede il popolo sovrano.

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Stupore per parole di Panini, non si specula sui lavoratori

Le parole dell’assessore Panini che lancia allarmi sulla CIG puntando il dito contro la Regione, stupiscono e sconcertano. Capisco i toni da campagna elettorale e l’esigenza di coprire ritardi ed inadeguatezze dell’amministrazione che rappresenta, ma la storia sindacale di Panini e dunque la sua competenza in materia, gli avrebbero dovuto impedire questo scivolone.

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Innanzitutto le nuove regole nazionali, fissate dal governo, non ci consentono di erogare ammortizzatori in deroga a pioggia, se non a fronte di un piano di recupero e ripartenza di attività da parte dell’azienda. Le società citate da Panini, non sono in questa condizione. E questo non può ignorarlo perché si tratta di pasticci burocratico-amministrativi di cui è responsabile proprio il Comune di Napoli. Ma permettetemi una parola sui lavoratori, che sono l’unico pezzo di cui mi sono interessato di cui continuo ad interessarmi. Io li ho incontrati tutti e in più occasioni, la Regione li ha sostenuti e li sta sostenendo per quanto possibile, ed a loro ho anche suggerito quella che secondo me poteva essere una soluzione, a cavallo tra comune e governo. Il resto sono polemiche che lascio a chi vuole continuare a strumentalizzare il lavoro e la sofferenza.

 

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In Campania le politiche del lavoro funzionano

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Ben oltre la metà dei lavoratori in cassa integrazione nel triennio 2012/2014 è stato reintegrato dalla propria azienda o ricollocato. La Regione Campania, dopo i positivi dati sull’occupazione, diramati una settimana fa dall’Arlas (a Marzo 2015, 46mila occupati in più rispetto al 2014), incassa altre cifre confortanti che confermano gli ottimi risultati delle azioni di politiche del lavoro messe in campo dalla Giunta Caldoro.

Aggiornati ad Aprile 2015, risultano sorprendenti i dati sulla Campania (fonte Ministero del Lavoro). Su 36.679 lavoratori fuoriusciti dal bacino, oltre il 60%, cioè 19.003, sono stati reintegrati in azienda. Di questi 4.192 con contratto a tempo indeterminato e 2.871 a tempo determinato.

Come abbiamo già ribadito più volte, in Campania le fabbriche non si chiudono ma si aprono e quelle già esistenti stringono i denti, vengono supportate dalla Regione, ripristinano contratti dopo aver beneficiato degli ammortizzatori sociali.

I comparti principalmente interessati sono quello metalmeccanico e quello dei servizi di pulizia, del commercio, della sanità e dell’assistenza sociale e gli stessi sono riusciti a recuperare gran parte dei dipendenti con percentuali che oscillano fra il 50 e il 70%.

Questo monitoraggio evidenzia che per molte aziende del nostro territorio gli ammortizzatori non sono una scorciatoia per alleggerire il peso di contributi e buste paga dei dipendenti. Sono aiuti fondamentali, volti a superare i momenti bui e che le imprese sane sanno sfruttare per rilanciarsi e riqualificare i propri lavoratori. In Campania siamo stati così efficienti che abbiamo già pronti gli ammortizzatori del 2015 ma non possiamo ancora erogarli perché altre regioni sono in clamoroso ritardo con quelli del 2014.

 

Buoni anche i dati relativi ai lavoratori in mobilità in deroga. Su 2810 unità del triennio 2012-2014, ne sono fuoriusciti 1466, di cui 215 ripristinati con contratto a tempo indeterminato e 319 a tempo determinato. In proroga per il 2015 restano 1.344 lavoratori.

 

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In Campania si investe e si fa impresa

non_pi_fiat_e_non_pi_chrysler_nasce_fiat_chrysler_automobiles-0-0-389708Il Gruppo Fiat-Chrysler ha presentato nuovi investimenti a Napoli. Oggi ero presente quando, dopo un lungo periodo di confronto e trattative con le Organizzazioni sindacali, coordinato dalla Regione Campania, il responsabile Relazioni Istituzionali del Gruppo Fiat-Crysler, Pietro De Biase, ha presentato alle organizzazioni sindacali il piano industriale per il rilancio dello stabilimento di Napoli della controllata Pcma SpA (ex Magneti Marelli), presso il quale sono attualmente addetti oltre 650 lavoratori, la maggior parte dei quali in trattamento di cassa integrazione.

Il Piano, che avvierà le sue fasi operative a partire dal prossimo mese, prevede, in particolare, l’apertura in Campania (Area di Capua) di un secondo stabilimento e l’affidamento alle due strutture produttive che opereranno in Campania la produzione di componentistica per veicoli a marchio Alfa Romeo (prodotti a Cassino) e Fiat (prodotti in Brasile).

Il Piano prevede investimenti per alcuni milioni di euro, cui si accompagneranno politiche attive e passive del lavoro, garantite da Regione Campania, per offrire continuità occupazionale ai lavoratori.

Salutiamo con soddisfazione e fiducia questa proposta. Le fabbriche in Campania per noi si aprono, non si chiudono.

E questo progetto lo dimostra. Già una volta abbiamo vinto la scommessa di favorire l’insediamento produttivo nella nostra Regione da parte del gruppo automobilistico. Il lavoro di questi mesi, seppure duro e faticoso, accolto favorevolmente anche dai sindacati, è stato reso più agevole dal fatto che oggi la Regione Campania è finalmente un’Istituzione seria e credibile, che mantiene quello che promette. Infatti l’accordo sarà siglato il mese prossimo.

E questo anche Fiat-Chrysler lo sa. La credibilità fa la differenza, nella politica, nelle istituzioni, come nella vita.

 

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Perché Tsipras ha vinto

In realtà, scrivo prima di sapere come hanno davvero votato i greci. E lo faccio perché le ragioni di una scelta così largamente annunciata non stanno nei sondaggi, ma nelle decisioni dei Governi greci di questi anni. Stretti dal miope atteggiamento tedesco, interessato essenzialmente alla stabilità finanziaria a tutela dei propri interessi, quei governanti hanno scelto di puntare tutto sul rigore dei conti, marginalizzando l’esigenza delle persone ad un’esistenza libera e dignitosa.

Tagli su tagli, gestiti con l’ottusa miopia della burocrazia che guarda al “totale” e sceglie sempre la strada più semplice per giungere a quel risultato, non quella più giusta e non quella più difficile ma più utile. E lo hanno fatto per la paura di essere travolti dalle sanzioni europee. Quella paura, però, dai palazzi è passata tra le persone, si è impossessata delle loro vite e infine ne ha guidato la scelta nel voto. Il paradosso di questo tempo infatti è tutto nella paura e nelle sue ragioni. 

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I burocrati europei e tedeschi hanno pensato che la paura della perdita dei finanziamenti europei e del rischio crac avrebbe condizionato le scelte delle persone. E invece, a prendere il sopravvento e’ stata la paura per il proprio individuale futuro. La paura di non poter mettere il piatto a tavola domani. La paura di non poter garantire un futuro ai propri figli.

E così oggi i greci hanno puntato su chi ha detto innanzitutto che contro la fame non c’è regola finanziaria che tenga. Il programma di Tsipras è sicuramente caratterizzato in una buona parte dal richiamo al facile radicalismo di una certa sinistra – quella che si ritiene detentrice del bene comune per intenderci – ma appare francamente difficile dar ragione a Governi che, dall’inizio dell’austerity made in Germany hanno consentito il raddoppiarsi della disoccupazione e del numero dei poveri e, tanto per dirne una, il decuplicarsi dei senzatetto di Atene.

Il vincitore di oggi ha l’arduo compito di dimostrare al suo popolo che si può governare anche in modo diverso e soprattutto di convincere la Germania ad ammettere di aver sbagliato a pensare che l’unica cosa che conta sono i suoi risparmiatori e la solidità delle sue imprese.

In Italia dobbiamo aspettarci il solito diluvio di chiacchiere e la consueta corsa al vincitore, con molti partiti pronti a lasciarsi spingere dal vento di Atene, ricopiandone slogan e messaggi. Del resto, in piccolo, lo abbiamo già visto alle elezioni europee con un risultato decente da parte di un partitino raffazzonato che, nel nome di Tsipras, ha portato in Europa alcuni rappresentanti.

Sfido chiunque a ricordare una sola dichiarazione – non dico addirittura un provvedimento – da parte degli eletti. Il mondo dell’informazione è già partito in quella direzione….

Io mi auguro che dopo la sbornia delle chiacchiere si avverino due cose. Che una certa sinistra, facile a campare di rendita sugli slogan, l’illusione e la paura della gente, non appiccichi il proprio copyright su di una legittima scelta maturata altrove, impedendo così un serio confronto sulle politiche che un Governo responsabile in questi anni deve compiere per il bene del suo popolo, e che dalle nostre parti si capisca che le riforme si fanno per davvero, senza tagliare diritti ma tagliando burocrazia, mettendo in piedi una seria politica industriale e favorendo il confronto e la coesione sociale. Specie quando gli uomini soli al comando tutta questa competenza non ce l’hanno.

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Terrorismo, bene Alfano, serve ferrea strategia di contrasto

Contro il terrorismo occorre adottare una ferrea strategia di contrasto e prevenzione per individuare ed eliminare potenziali cellule pronte a colpire e a seminare terrore. Per questo ritengo positiva l’azione che stanno portando avanti il Viminale e il Ministro Angelino Alfano. È di oggi infatti la notizia di nove jihadisti espulsi dall’Italia dalla fine di dicembre.

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Anche alla luce dei fatti avvenuti in Belgio, da dove due terroristi stavano cercando di raggiungere il nostro Paese, si capisce chiaramente che il pericolo è dietro l’angolo e che non possiamo abbassare la guardia contro un fenomeno che avanza in silenzio e si infiltra nei meandri della nostra società.

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