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3 agosto 2015

Il Sud e il Festival di Sanremo

 

 

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Il fiorire di commenti sulla crisi del Sud in occasione della pubblicazione di rapporti sull’andamento dell’economia, dell’impresa o del lavoro mi fa sempre venire in mente il Festival di Sanremo e una canzone: “Fiumi di parole”. Tutte uguali, sempre uguali. A volte mi viene da pensare che siano state scritte da uno soltanto, per tutti, e una volta per tutte, e che poi vengano tirate fuori per l’occasione, un po’ come si fa con certi cibi in freezer quando non si ha voglia di preparare la cena. E mi domando: ma queste lacrime sulle condizioni del Mezzogiorno sgorgano soltanto quando si leggono i rapporti? Cito a casaccio e alla rinfusa soltanto qualcuno dei “fatti notori” più recenti che stanno contribuendo a quei dati e sui quali abitualmente si tace: aumento dello squilibrio nel rapporto dei finanziamenti per investimenti in infrastrutture e logistica tra Nord e Sud; riduzione della quota di finanziamento nazionale sui fondi europei per le regioni del Sud; criteri penalizzanti per il Mezzogiorno nel riparto delle risorse per servizi alle persone (sanità, scuola, ecc); ulteriore rarefazione della presenza industriale delle grandi imprese e soprattutto totale assenza di politiche programmatorie a sostegno del tessuto produttivo e dell’economia. Né giova alla causa a del Sud la dietrologia della lamentela. Infatti, è difficile negare che le condizioni di oggi sono innanzitutto il frutto di una classe politica inadeguata. Quella, di gran lunga migliore, di quarant’anni fa, che ebbe il torto di scegliere la strada comoda della spesa corrente per sostenere l’economia delle nostre Regioni. Quella di oggi, che non è in grado neppure di compiere una qualsiasi scelta, tanto da essere praticamente scomparsa dalla scena nazionale (ad essere cattivi, direi che però è quasi meglio così). Né merita migliore considerazione la cosiddetta classe dirigente meridionale: nel migliore dei casi se ne infischia, tanto che a dare una mano – per davvero e non per “incarico” personale – non ci pensa neppure. E, a mio avviso, la più grave responsabilità del Mezzogiorno verso se stesso sta proprio nel crogiolarsi della propria decadenza e non muovere un dito quando, giorno dopo giorno, si creano le condizioni per nuove difficoltà e nuovi disagi.

 

Eppure qualcosa si deve fare. Io mi vorrei ispirare a Massimo Troisi: almeno tre cose si possono fare.

 

Primo: intervenire sulle politiche di gestione della spesa pubblica. Il New Deal rooseveltiano poggiò le sue basi sulla grande scommessa della leva moltiplicatrice della ricchezza rappresentata dalle opere pubbliche. L’era della Merkel rende oltremodo complicato replicare oggi quel fortunato modello (il che, a mio avviso, è un gravissimo errore). Nondimeno, uno Stato capace di fare politiche industriali e dello sviluppo dovrebbe comunque essere in condizione di superare la logica ragioneristica e negoziare con l’Europa una “moratoria”, per 7 anni (esattamente la durata di un ciclo della programmazione europea), per ottenere: la sospensione per le aree del Sud delle regole bizantine di spesa dei fondi europei, del divieto di aiuti di Stato per le aziende e delle regole di accesso al credito; l’autorizzazione allo sforamento dei tetti nazionali e locali per le spese di investimento destinate a queste aree del Paese; la creazione di vere (cioè, con adeguata dotazione finanziaria, non quelle finte degli ultimi anni) zone franche doganali, in corrispondenza dei cinque grandi porti del Sud (Napoli, Salerno, Bari, Gioia Tauro e Palermo).

 

Secondo: intervenire sul sistema burocratico. Non penso ad una riforma della P.A. (men che mai quella, del tutto inutile, in discussione in Parlamento in questi mesi), ma ad un strumento straordinario. Occorre eliminare la logica del “pedaggio”. Oggi qualunque atto autorizzatorio, in particolare dalle nostre parti, transita per molteplici scrivanie, dietro le quali ci sono seduti signori che esaminano le richieste (quando lo fanno e se lo fanno) con la logica del “nonsipuotismo”. Il loro vero lavoro, cioè, è “scoprire”, nelle pieghe di leggi e regolamenti, le ragioni per le quali quella tale richiesta non si può accogliere o meglio non si potrebbe ma…Intendiamoci, quasi mai pretese illegali: parlerei piuttosto di “certificazione della propria esistenza in vita”, sotto forma di richieste di integrazioni, chiarimenti. Col risultato che ad esempio, per una banale licenza edilizia, da noi occorre quattro volte il tempo che altrove. Sostituiamo allora le autorizzazioni preventive con i controlli successivi, ispirati alla logica del “chi sbaglia, paga”. Uno comunica alla P.A. che cosa intende fare (ovviamente nel rispetto delle leggi) e può farlo. Poi mandiamo per strada le legioni di dipendenti pubblici, impiegandoli a controllare quello che è stato fatto piuttosto che a rallentare quello che cittadini e imprese chiedono di fare. Ci saranno degli abusi e anche degli imbrogli, forse, ma qualcuno può davvero dire che non succede già oggi così?

 

Terzo: dare vita un patto per il lavoro ispirato all’efficientamento dell’organizzazione del lavoro, attraverso la riscrittura coi sindacati delle regole della contrattazione collettiva (non dei contratti individuali). Il contratto collettivo nazionale deve fornire solo regole generali e cornice, mentre occorre sostenere la contrattazione  di prossimità e di rete e accompagnarla con un sistema di incentivi legati non tanto alle nuove assunzioni, quanto piuttosto all’incremento della capacità di produzione.

 

Infine, un auspicio più che un precetto, stavolta valevole per tutto il Paese (ma al Sud più urgente che altrove): cambiare le regole della rappresentanza. Invece di insistere con quelle sulla incandidabilità (tanto poi va finire come con De Luca e De Magistris), stabilire, per legge, un limite ai mandati elettivi (due, massimo tre) e, soprattutto, imporre un principio: chiunque si candidi a ricoprire qualsiasi ruolo, non può farlo senza indicare prima idee, squadra, progetti e programma. Così, tanto per dare finalmente contenuti a facce sorridenti, roll up a caratteri cubitali e slides luccicanti.

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