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5 luglio 2015

La Grecia e il popolo sovrano

Oggi l’Europa – e non solo – trattiene il respiro. Cosa sceglieranno i greci col referendum sull’accordo con l’Unione Europea? I giornali e le tv sono pieni di scenari e di analisi, quasi tutti ispirati al peggio, e a previsioni a fosche tinte sul futuro di quel popolo.

Non mi voglio iscrivere al dibattito diviso tra coloro che pensano che il sì al referendum sia l’anticamera per la dissoluzione dell’euro, cui dovrebbe seguire lo sfascio dell’economia dei nostri Paesi, e quelli che descrivono la giornata di oggi come l’occasione per dare un calcio, senza rischi, ai banchieri e ai poteri forti.

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Ma qualcosa sento di dirla: gli equilibri economici e finanziari della Grecia sono davvero fragilissimi e l’economia di quel Paese è realmente appesa ad un filo. Le banche che restano chiuse e le imprese che mettono in vacanza i propri dipendenti per non pagare gli stipendi o perché non sanno che succederà a partire da lunedì non sono certo un segnale positivo. L’autodeterminazione di un popolo non si può consumare solo in uno sfogo di pancia contro tecnocrati ottusi e cinici, se non altro perché dopo la sbornia di una soddisfazione restano i fatti, e qui i fatti sono tanti e pesanti.

Del resto, ho ancora negli occhi le immagini di certi personaggi pubblici che pochi mesi fa festeggiavano Tsipras come il liberatore di un popolo e il leader di un paese fratello e oggi si scansano perché hanno visto in casa d’altri quello che potrebbe accadere pure altrove: gli slogan da soli non bastano e, accanto all’improvvisazione e all’estro, ci vuole anche competenza, solidità di proposte e visione strategica.

Però, al tempo stesso e (permettetemi), forse ancor di più, mi chiedo come si possa restare indifferenti di fronte al dramma quotidiano che, ormai da alcuni anni, si consuma in molte milioni di famiglie della Grecia e d’Europa. La possibilità o meno di mettere il piatto a tavola non è un argomento che si possa liquidare con raffinate analisi o concetti astratti: è la differenza tra la serenità (almeno dell’oggi) e la disperazione.

E a chi è disperato non puoi dire, con aria seccata, che i conti sono cose serie e da persone istruite e che chi protesta la smettesse di disturbare il manovratore. Bisogna avere il coraggio di dire la verità: le ricette di questi anni non hanno fatto ripartire l’economia e i tagli, orizzontali e orientati al basso, non bastano e non possono bastare.

Quello che di certo è accaduto è che tanti stanno peggio di ieri e non c’è controprova che starebbero ancora peggio se le draconiane misure di taglio dei servizi e di trasferimenti alle amministrazioni locali non fossero state messe in campo con metodica pervicacia dalle Istituzioni europee e di conseguenza dai governi nazionali.

Continuare lungo quella strada non è accettabile, indipendentemente dalla vicenda di Atene. La strada delle riforme può condurre ad una ripresa se è quella delle riforme fatte per davvero e con qualità, innanzitutto dialogando e spiegando il perché delle scelte, e accettando suggerimenti e proposte.

I territori ripartono se offri alle imprese e ai cittadini una prospettiva reale, non se metti le mani in tasca alle persone e magari con quello che trovi paghi la sterile conservazione dell’assetto degli interessi piccoli e grandi di ogni Paese. Non so come andrà a finire domani in Grecia, però so quello che vorrei: la consapevolezza, negli organi di governo dell’Ue e dei singoli Stati, che “popolo sovrano” non è uno slogan scolorito o patrimonio degli estremisti e degli sterili protestatori.

Ma rappresenta il faro dell’azione politica cui sono chiamati ad ispirare la propria azione tutti quelli che hanno responsabilità pubbliche. Un solo esempio. Non credo proprio  che la crisi di questi anni sia peggiore di quella che visse l’Europa e il Mondo all’indomani della fine della seconda guerra mondiale. Eppure una classe dirigente che aveva visione e strategia, non solo tattica e mezzucci, seppe traghettare un popolo ferito verso una stagione felice e laboriosa.

Quegli uomini – e per me vale su tutti l’esempio di Alcide De Gasperi – si assunsero responsabilità, dissero dei si e molti no, spiegarono al Paese dove lo volevano condurre, rivendicarono con coraggio e orgoglio anche la dignità nazionale e fecero. Soprattutto fecero, assumendosi la responsabilità delle loro scelte. Ecco, di questo c’è bisogno e con questo metro si inizi a misurare l’azione politica. Quanto ai greci, resto convinto che il loro destino è il nostro destino. Da lunedì, comunque vada, cambia l’approccio: al tavolo del nostro destino, accanto ai tecnocrati, siede il popolo sovrano.

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