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22 luglio 2015

L’insegnamento del giudice

L’intervista di oggi sul Corriere della Sera del procuratore della Repubblica di Palermo, Francesco Lo Voi, rappresenta, almeno per me, una straordinaria e positiva lezione a questo Paese e a tutti quelli che si interessano, a vanvera, dei rapporti tra politica e magistratura.

Il procuratore, con chiarezza, ha detto che la politica, in questa Italia così mediocre, cerca nella magistratura, in positivo e in negativo, una giustificazione per le proprie azioni. Ed è la verità. Fateci caso: in Campania, Vincenzo De Luca, un condannato e plurindagato, si vuole candidare a tutti i costi e, nonostante evidenti ragioni (se non altro) di inopportunità, nessuno lo ferma. Salvo poi affidare ai giudici la soluzione tecnica che gli consenta di governare, peraltro in attesa della decisione (di altri giudici) sulla costituzionalità della “legge Severino”.

Giurisprudenza 07

In Sicilia, Lucia Borsellino, figlia  dell’indimenticato Paolo, si dimette da assessore regionale alla sanità per contrasti sulla “gestione” della materia con il presidente Crocetta e, per venti giorni, nessuno si chiede perché (lo stesso procuratore ha detto: “dimissioni trattate come polvere infilata sotto il tappeto”). Poi, “esce fuori” che ci sono intercettazioni (e qui poco importa quali esse siano) di presunti contrasti tra i due e, per questa stessa ragione, si chiedono le dimissioni a Crocetta (che sino a qualche giorno prima veniva peraltro considerato pure un campione dell’antimafia).

Ancora. Maurizio Lupi, senza essere neppure indagato, nei mesi scorsi viene citato in alcune intercettazioni telefoniche relative ad un’inchiesta su appalti all’Expo di Milano e, per ragioni di opportunità, invitato a dimettersi, mentre, per molti altri parlamentari e membri del Governo, persino indagini avanzatissime sono insufficienti a far avanzare la medesima richiesta.

Insomma, la magistratura e i suoi provvedimenti sono diventati un alibi e uno strumento di lotta politica. A che prezzo? Lo svilimento delle Istituzioni, il crollo della fiducia dei cittadini in chi amministra la cosa pubblica e, soprattutto, la totale precarietà dell’azione istituzionale. Infatti, di fronte a questo stato di cose, è evidente che chiunque ricopra un ruolo pubblico è esposto al rischio di essere travolto al primo stormire di foglie giudiziarie.

Sarà solo la convenienza del momento a decretarne poi la morte o la sopravvivenza, politica s’intende. Ma questo varrà per il destino del singolo, non certo per le Istituzioni. Infatti, i cittadini non hanno più il tempo (e ancor di più la voglia) di verificare chi è il destinatario di un’indagine o di un avviso di garanzia. Per esempio cosa ha fatto nella vita, se è una persona che ha un lavoro da cui viene, e un lavoro a cui tornare terminata la stagione politica. Insomma, distinguere, caso per caso,  come si fa nella vita “normale”.

Invece no. Tutti colpevoli. A prescindere. E poi alcuni salvati, se conviene al potere. Naturalmente, tutto questo giova proprio agli affaristi, ai corrotti, ai mediocri e ai trafficoni della politica, privi di contenuti e che non hanno nulla da perdere, dignità compresa. Questi signori giocano la loro partita e, per uno che cade, altri ce la fanno a continuare i loro “affari”.

In fondo, se la magistratura li arresta – e quel giudizio è irrevocabile indipendentemente dagli esiti dell’inchiesta di turno – potranno sempre raccontare di essere anche loro vittima di un errore giudiziario. Tanto nessuno si preoccuperà di controllare se è vero o no. Insomma, povera Italia, povera politica e viva le persone serie e coraggiose come Lo Voi.

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