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19 settembre 2015

Mio padre e San Gennaro

Questo di oggi è il primo “San Gennaro” senza mio padre. E allora è giusto che lo ricordi io. Infatti, papà non era un napoletano doc, perché era nato in un paesino del nolano, Comiziano. Però era stato adottato da Napoli, o, forse, come tanti, era lui ad aver adottato questa città, così turbolenta e difficile. Nel “pacchetto” della napoletanità era compreso San Gennaro e i suoi riti.

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E così, accanto al santo protettore del suo paese d’origine (San Severino, da cui derivo io…), nella mia casa ha sempre aleggiato la figura del martire miracoloso, con la sua storia piena di misteri ed i mille aneddoti che circondano questa millenaria figura. Ricordo che, quando poteva, andava al Duomo ad assistere alla liquefazione del sangue. Poi, negli ultimi anni,  prima che la sua malattia lo isolasse dal mondo, non mancava mai di chiedere se San Gennaro avesse fatto il miracolo e quando.

Ad ogni tempistica e ad ogni modalità della liquefazione corrispondeva un “fatto” per la Città che lui, grande appassionato di storia, immancabilmente conosceva e ricordava. Perché, in fondo, San Gennaro è il simbolo e la cartina tornasole di Napoli. Una città che vive perennemente sospesa nella rassegnata attesa del miracolo che cambi le cose ma che, all’improvviso e con un guizzo, trasforma la sua indolenza in un’esplosione di idee, sempre geniali. Ed è di questi lampi che si era innamorato mio padre.

A proposito: San Gennaro domani sera, con la Lazio, pensaci tu.

 

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