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23 luglio 2015

Sangue e indifferenza

Utoya. Parigi. Tunisia e oggi Turchia. E se quei ragazzi fossero stati i nostri figli? E se quell’odio fosse più vicino di quanto immaginiamo a casa nostra? Bastano questi episodi a trasformare la nostra indignazione e la nostra rabbia in orgoglio ed azione? Non è comunque la gente, la nostra gente comunque? E non basta forse già la distinzione tra vittime e assassini a marcare una differenza tra “loro” e “noi”? E allora cosa aspettiamo?

Troppe domande, forse. Troppe domande retoriche, direi. Perché mai come oggi mi vengono in mente le parole di Oriana Fallaci. Era il 2001, e il terrorismo aveva sfondato pesantemente le porte dell’occidente ed aveva colpito al cuore gli Stati Uniti.

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A due passi dalle torri gemelle sventrate ed in fumo, la Fallaci mise a nudo l’occidente. Nudo ed indifeso, appunto. Da allora assordanti silenzi e troppo “benaltrismo”. Solo perché troppo spesso abbiamo pensato che, tanto, non stava mica accadendo a noi?

E intanto l’occidente ha arretrato sempre di più di fronte a criminali, vecchi e nuovi, da Bin Laden all’Isis, che ad arretrare, per cultura o per religione, non ci hanno mai pensato e non ci pensano proprio! Abbiamo persino messo in discussione la nostra identità, dai crocifissi al presepe nelle scuole, perché abbiamo pensato che i bambini, a quell’età, sono tutti uguali. Mentre noi no, noi nei loro paesi dobbiamo rispettare le loro regole, quando ci va bene e non ci lasciamo la vita. E non solo, non basta.

Adesso anche nei nostri paesi. Si muore in spiaggia, si muore per strada, si muore in un museo, o banalmente nel proprio ufficio. Muore la gente, muoiono i ragazzi, e con essi muoiono la nostra dignità e la nostra identità. Questo è il fanatismo che dobbiamo attaccare e a cui dobbiamo smettere di replicare con buonismo pseudo intellettuale e con fiumi di ipocrisia.

Nessun allarmismo, ma la Turchia è davvero a due passi dalle nostre città. La Turchia siamo noi, quei ragazzi siamo noi e i nostri figli. Quel selfie siamo noi. E all’improvviso non ci siamo più. Se non facciamo così, rischiamo di perdere contro il terrore nero che viene dal passato e che oggi chiamiamo Isis. Questa è la sfida della rabbia e dell’orgoglio: il nostro bene contro il loro male!

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