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27 luglio 2015

Se fosse stata nostra figlia?

Nei giorni scorsi una banda di sei giovani è stata assolta dall’accusa di stupro di gruppo di una ragazza di 23 anni perché la vittima non sarebbe attendibile, anche per i suoi “costumi”.

Lei, sconvolta, ha scritto una lettera pubblica e, leggendola, ho pensato: se fosse stata mia figlia al posto suo? Questo solo pensiero è stato sufficiente a non chiudere frettolosamente la questione, passando oltre. Ho scelto di andare un po’ più a fondo, leggendo anche la sentenza, come dovremmo fare tutti. Non spetta a me stabilire se i Giudici hanno deciso bene o male o se, come si dice in gergo giuridico, sia stata raggiunta la prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, della colpevolezza di questi sei ragazzi. Ma ugualmente non mi è piaciuto quello che ho letto. La sentenza è piena di particolari sui gusti, le tendenze, le inclinazioni e i comportamenti di questa ragazza.

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Che senso ha descrivere il colore degli slip che la ragazza indossava la sera del fatto? Era proprio necessario tornare e ritornare sugli orientamenti sessuali della vittima? Sfogliando quelle pagine non è difficile intuire il clima di quel processo: se chiudo gli occhi, riesco persino a immaginare il compiaciuto chiedersi se lei ci stesse o meno oppure il far notare che, in fondo, la sera dello stupro lei già lo “aveva fatto” con un ragazzo, e poco prima per giunta!

La verità è che quella sentenza descrive una certa idea dei rapporti tra uomo e donna che ancora circola nel nostro Paese. Ci proclamiamo moderni e affermiamo la parità tra le persone. E, invece, finiamo ancora per distinguere il diritto di vivere serenamente la propria esistenza in base al sesso, alla condizione sociale o alla latitudine geografica. La libertà di comportamento di un giovane ricco, magari del Nord, incontra minori limitazioni di quella di una giovane donna, peggio se povera e di una regione meridionale.

Impregnati di luoghi comuni, questi modi di pensare poi sfociano nei: “se l’è meritata, in fondo”. Magari accompagnati da un rassicurante: “tanto a mia figlia, a mia sorella o a mia moglie non potrebbe mai capitare, perché lei non ‘stuzzica’”.

E invece non è così, perché pregiudizi e preconcetti sono il terreno nel quale cresce la possibilità per il carnefice di sottrarsi alle proprie responsabilità, scaricando la “colpa” sul modo di essere della vittima, qualunque esso sia.

Ecco perché dico di smetterla con la doppia morale e l’ipocrisia. Non dobbiamo mettere in campo chissà quali iniziative per cambiare le cose. È sufficiente cominciare a dire, di fronte a vicende gravissime come queste, e ancor di più rispetto alle mille forme di aggressione che quotidianamente si consumano in danno delle nostre donne: se fosse tua figlia?

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