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18 luglio 2015

Siamo un paese dalla memoria corta che funziona male

L’Italia e una buona parte degli italiani vivono l’immigrazione come un problema. Dal Veneto a Roma dilagano messaggi verso le tante persone che giungono dal nord Africa, affrontando viaggi della morte, per raggiungere un sogno che vuol dire speranza di una vita migliore. Nel nostro paese la memoria è veramente corta. Come ben espresso dalla scritta apposta sul Palazzo delle Civiltà di Roma, gli italiani sono un popolo sì di “poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori e di scienziati”, ma anche e soprattutto di “navigatori e di trasmigratori”.

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Lo siamo sempre stati e fa parte del nostro dna. Nella prima parte del secolo scorso furono ben 25 milioni, gli italiani che lasciarono lo stivale per avventurarsi verso i paesi più industrializzati dell’Europa e verso le Americhe. Ancora oggi siamo protagonisti di quella che viene definita la ‘nuova immigrazione’, e anche se rispetto ai nostri nonni e bisnonni che partivano con le valigie di cartone legate con uno spago alla ricerca di una fortuna che la povertà italiana di quei tempi non offriva, la trasmigrazione odierna non è poi tanto dissimile negli intenti: la ricerca di maggiori possibilità che l’Italia, purtroppo, non sempre offre.

A partire e lasciare il nostro paese sono oggi i nostri giovani, che prendono un aereo per cercare un’opportunità lavorativa all’estero. Londra e Parigi sono piene di connazionali che si presentano con la speranza di un impiego che qui da noi non riescono a trovare. I nostri giovani, i nostri talenti lasciano l’Italia e portano la loro formazione e le loro doti all’estero, provando un doppio dolore: sentimentale per la lontananza dai propri affetti e sociale perché andandosene provano sfiducia verso il paese d’origine.

E il nostro dovere, istituzionale e sociale, è duplice in questo contesto storico: da una parte creare le occasioni che permettano ai nostri ragazzi di non partire o quanto meno di ritornare, per non regalare un bagaglio culturale e d’istruzione acquisito nel nostro paese e donato all’estero; dall’altra aiutare queste migliaia di persone che giungono sulle nostre coste, perché, al di là dei nomi che gli affibbiano, sono: persone come noi.
Detto questo occorre che la burocrazia faccia il proprio dovere: si distinguano, in pochi giorni e non in mesi o anni, i profughi che hanno diritto di rimanere, dai clandestini che non lo hanno. Dietro la tensione di questi giorni c’è anche questo!

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