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11 luglio 2015

Srebrenica vent’anni dopo. Per non dimenticare la banalità del male

Il genocidio di Srebrenica è forse la più grave ferita ancora aperta in Europa nel periodo del post Guerra Fredda, durante il tremendo conflitto in Bosnia ed Erzegovina.

Un territorio, peraltro sotto protezione internazionale, dilaniato da un massacro ancora oggi dai tratti nebulosi e dalle multiple responsabilità, accertate solo in parte.

In quell’occasione l’umanità ha mostrato il suo volto più bestiale e disumano. Più di 8.000 uomini, adulti e bambini, separati con la forza dalle donne, prelevati dalle proprie case, barbaramente torturati, uccisi e sepolti in fosse comuni, con l’unica colpa di essere bosniaci musulmani.

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Rammarica il fatto che solo pochi giorni fa la comunità internazionale abbia fallito nel tentativo di riconoscere ufficialmente i fatti di Srebrenica come vero e proprio genocidio, a causa di un ambiguo veto da parte della Russia.

Credo non si debba aver paura di dare giusta definizione agli eventi. L’evoluzione passa per il riconoscimento e la presa di coscienza degli errori commessi, soprattutto da parte di chi aveva la responsabilità di proteggere quelle vite umane.

La comprensione, unitamente all’ammissione di ciò che non ha funzionato, sono la strada maestra per far sì che atrocità di questo genere non accadano mai più. Sono ancora presenti e forti, anche in Europa, gli scontri e gli attriti basati sulla diversità etnico-religiosa, e per questo è importante riaffermare, soprattutto oggi, che il male non ha nome, religione o etnia, non ha Stato e non ha padrone.

Parafrasando Hannah Arendt, si diffonde come un fungo sulla superficie, non radicandosi mai. Ed è proprio questa la sua banalità.

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