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15 febbraio 2015

Le riforme a ogni costo. Ma a quale prezzo?

Nonostante i buoni propositi di ‘riforme condivise’, sembra che il treno riformatore viaggi a una velocità talmente spedita da tranciare ogni ostacolo, non per forza ostruzionista, che si presenta sul proprio binario. Fosse così, non ci sarebbero del resto troppi problemi. Per troppo tempo diversi ostacoli hanno impedito a questo Paese di modernizzare la propria struttura istituzionale. Ma se a esser ‘dimenticati per strada’ sono proprio i passeggeri del vagone del cambiamento, allora qualcosa è andato storto.

È un po’ come se prometti a decine di persone di farle imbarcare per un viaggio verso le Maldive, salvo poi condurle in Antartide. Che si fa? Si torna indietro in segno di rispetto della loro volontà? O si procede speditamente verso il gelo, intimando ai passeggeri ‘dissidenti’ di abbandonare la nave? Il dilemma di ciò che sta accadendo in questi giorni in Parlamento ‪‎ruota tutto intorno alla mancata promessa di condivisione in tema di riforme strutturali ed essenziali, lautamente annunciata benché inattuata. Ma dagli uomini soli al comando, forse, sarebbe stato troppo aspettarsi che ciò realmente accadesse.

montecitorio

La nostra storia è piena di tentativi di riforme portati avanti a colpi di maggioranza, miseramente falliti. Senza volgere troppo indietro lo sguardo, possiamo ricordare la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, i cui risultati non proprio esaltanti sono sotto gli occhi di tutti, o la riforma costituzionale del 2006, bocciata dai cittadini attraverso il referendum. Due cambiamenti radicali, nelle intenzioni dei loro ideatori. Il primo rivelatosi problematico, se non addirittura dannoso, nel già difficile rapporto tra Stato e Regioni, il secondo mai entrato in vigore, ma all’epoca abbastanza contestato anche da illustri costituzionalisti.

La storia insegna, ma la lezione non sempre viene colta. E a inseguire l’onda demagogica del cambiamento a tutti i costi, purché si cambi, si rischia di pagare il prezzo più caro. Esautorare il Parlamento dalle proprie funzioni, rendendolo organismo meramente esecutore anziché organo propositivo, con il solo e unico pretesto di esser graditi al popolo per ciò che si porta avanti. È anche vero che ‘il pubblico è sempre sovrano’. Peccato però che la politica, e ancor di più la democrazia, non siano un reality show.

 

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